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Sanremo 2010: Fisici in mostra e Cassano. Sì ma la musica dov’è?

È in maniera frizzante che si avvia la 60esima edizione del Festival di Sanremo, con Paolo Bonolis e Luca Laurenti a fare da apripista, in un ipotetico passaggio di testimone tra la passata e l’attuale edizione del Festival. Accompagnando così Antonella Clerici dritta nella cerchia dei condottieri televisivi, quelli che hanno calcato il palco delle meraviglie della televisione, più che della musica e della canzone, italiana: il palco del Teatro Ariston di Sanremo, per l’appunto.

Antonella Clerici ha preso le redini della serata in un batter d’occhio. Calma, emozionata forse, ma più che altro impegnata a far sì che tutto funzionasse. E, a quanto pare, tutto ha funzionato a dovere. Come da programma. Appunto: pochi gli imprevisti, pochi i colpi di scena, poche le sorprese. Il tutto ad allargare i sorrisini compiaciuti di chi, tra il pubblico, sa già cosa aspettarsi, e anche a provocare, temiamo, qualche sbadiglio di troppo.

E quando arrivano le canzoni la solfa non cambia: poche sorprese e pochi talenti ruspanti. Qualche vecchia gloria, ormai un po’ appannata. Tutto sommato, osiamo dire poche emozioni.

Se ci ritroviamo a ringraziare il cielo perché Arisa continua ad esistere e ad apparire così, con un paio di occhiali sempre più grandi e che il prossimo anno si trasformeranno in due hula-hoop, è facile capire il deserto – per ora forse poche le eccezioni – che è apparso ieri sera sul palco dell’Ariston. Perché è vero che prima bisogna prendere confidenza con le canzoni per poi liberamente e consapevolmente giudicarle, ma è anche vero che non possiamo non soffermarci a contemplare il punto interrogativo e la tristezza che sgorga, inconsapevole di se stessa speriamo, dal trio Pupo – Emanuele Filiberto – Luca Canonici. Alle prese con una canzone tronfia, pesante, e cantata riprovevolmente dal (l’avrebbe dovuto essere) Principe d’Italia. Vittorio Emanuele II deve aver fatto più di un tonneau nella sua tomba.

Povia invece rigioca la carta vincente, e, seppur con le solite e banali polemiche che ormai immancabilmente accompagnano l’artista, tira fuori qualche idea melodica di tutto rispetto, seppur ad un passo dall’autocitazionismo. Mentre un plauso va a Nino D’Angelo, presentatosi così com’è, genuino, Sanremo o no che fosse. Ovviamente, già trombato per direttissima.

I dubbi continuano. Con l’arrivo di Susan Boyle, qualcuno avrà forse pensato come mai la conduttrice – e tutti gli altri prima di lei – non facciano altro che giustificare l’aspetto non proprio gradevole della cantante – Etta James era forse un tocco di gnocca? – così come, sempre quel qualcuno, si sarà chiesto a che cosa mai saranno servite le tette di Dita von Teese su quel palco. Bislacco. Così come è stata la presenza di Cassano e le sue digressioni sul numero di fidanzate, più numerose dei sampietrini di Roma. Buon per lui, ma anche chissenefrega.

A meno di ripescaggi futuri, la giuria demoscopica fatta di fruitori della musica (chissà che significa…) ha definitivamente eliminato il fantasma Toto Cutugno, il caschetto grigio di Nino D’Angelo e il trio dell’imbarazzo Pupo – Emanuele Filiberto – Luca Canonici.

E per questa sera, un thermos di caffè, grazie.

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