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Fistful of nomi grossi

In verità, io il concerto dei Fistful Of Mercy l’ho passato lamentandomi di una tale che, ballando, continuava a darmi culate nell’addome.

Ma siamo qui per parlare della musica, no? E dunque parliamo della musica. Ad esempio, parliamo di James Vincent McMorrow, solista-spalla della serata, che è la versione squattrinata (e altrettanto irlandese) di Damien Rice. La gente all’Alcatraz è ancora poca, come del resto lo è la presenza scenica del cantautore, ma il pubblico grida religiosamente «VAI VINCENT» e lui, incoraggiato, attacca dei pezzi solo-voce-niente-chitarra con tale forza da lasciare un segno insospettabilmente indelebile.

I Fistful Of Mercy sono uno di quei gruppi che ti metti ad ascoltare quando hai vent’anni (quasi quaranta) e vuoi autopromuoverti dimostrando una maturazione in termini di musica che ti metti nell’iPod. «Io? Fan del punk? Mai stato. Io al massimo ascolto i supergruppi con un sacco di tecnica alle spalle.»
E se cercate un supergruppo, con i Fistful Of Mercy andate sul sicuro: si tratta di Ben Harper (che, se proprio c’è bisogno di aggiungere altro, è BEN HARPER), Dhani Harrison (il figlio dell’altro Harrison e fondatore dei newno2) e Joseph Arthur, cane sciolto del rock-folk che canta così, suona contemporaneamente la chitarra e la grancassa, e tra l’altro è un bravo pittore. Con loro, Jessy Greene, una violinista inventata in laboratorio.

Il fatto è che i Fistful Of Mercy negano tutto questo, perché il loro non è un live posato. Certo, hanno i seggiolini e i leggii e iniziano con i brani più miti, ma dal vivo sono LA BOMBA H.
Si accompagnano vicendevolmente, con le voci armonizzano come non ci fosse un domani, Ben Harper si prodiga in assoli alla chitarra che crepano i volti delle persone in prima fila.
Harrison, di tanto in tanto durante “Restore Me”, si lamenta con il tipo al mixer: (gesto di: dammi più chitarra) (gesto di: dammi meno voce) (gesto di: dammi meno chitarra) (gesto di: vabe’, ce la giochiamo a dadi dopo, per il momento non mi lamento più).
La cosa più sorprendente è che, anche quando i quattro affrontano canzoni scritte dai singoli e non dal gruppo, sono sempre estremamente coesi, amalgamati: nessuna individualità spicca. Il che non significa che l’esecuzione è un piattume, significa che tutto sta andando per il meglio. Per dirla in termini spiccioli, non si sente mai «il Ben Harper» o «il Joseph Arthur». Si sente, sempre, «il tutti».

Il tutto è così bello che non guasta nemmeno il fatto che Dhani Harrison sia pettinato come Olivia Dunham. Tra le cover figurano “Buckets Of Rain” di Bob Dylan, “Pale Blue Eyes” dei Velvet Underground e una trascurabile “To Bring You My Love” di PJ Harvey che si salva con una coda strumentale durante la quale dalle crepe sui volti del pubblico, allargatesi, germogliano fiori. C’è tempo anche per “Stayin’ Alive”, improvvisata da Arthur in fondo a un brano: Ben Harper si aggiunge subito con i controcanti in falsetto, Dhani Harrison scuote la testa ridendo come un matto.

In chiusura, viene chiesto di staccare tutti gli amplificatori. Ed è qui che la band suona realmente dal vivo. Stando in piedi sulle casse di fronte al palco, i quattro intonano “With Whom You Belong” senza microfoni, senza niente. Segue uno shhh collettivo nei confronti di chi ancora parla e beve birra. Zitto, povero idiota, vuoi davvero dire ai tuoi nipotini, un giorno, «Al concerto dei Fistful Of Mercy stava accadendo LA STORIA e io parlavo di concessionarie auto»?

Se esistesse una perifrasi per quello che una quindicenne qualsiasi con un blog su Splinder chiama «momento magico», la userei. Il fatto è che in quell’istante eravamo tutti troppo impegnati a cantare all’unisono e a commuoverci per trovare perifrasi a «momento magico». Se vi piace, usate «intenso».

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