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Fleshgod Apocalypse: Sulle orme del mostro

«Una montagna di lavoro» preparatorio per un’estate in tour sta mettendo alla prova le energie di Tommaso Riccardi e di tutta la formazione dei Fleshgod Apocalypse. Col nuovo “Labyrinth” la band del centro Italia supera il traguardo del terzo disco in studio, consolidamento di una formula symphonic death metal più unica che rara nel panorama della musica estrema. Le cose da raccontare sono tante e si comincia così.

Ciao Tommaso. Con quali parole vorresti presentare “Labyrinth” ai conoscitori dei Fleshgod Apocalypse?
Lo presenterei come un’evoluzione del nostro sound perché, secondo me, “Labyrinth” completa il lavoro iniziato con “Agony”. Quello era stato una specie di “prima volta”, con l’introduzione dell’orchestra digitale e dell’uso intensivo del pianoforte. Anche dal punto di vista della produzione c’è stato molto da imparare in questi due anni. Era stata inoltre un’esperienza concitata: per registrazione e scrittura avevamo dovuto correre moltissimo e l’introduzione dell’orchestra aveva richiesto numerose sperimentazioni prima di arrivare alle tracce finali di “Agony”. Poi è venuta la maturazione: abbiamo avuto il tempo di ascoltare altre cose e comprendere meglio il funzionamento della nostra musica. Spero che “Labyrinth” sia un passo in avanti anche per quello che riguarda la fan base, ma dal punto di vista del musicista compositore è di sicuro un disco molto più maturo. Il lavoro è stato meticoloso e sì è cercato di raggiungere un livello ancora superiore per una musica che avesse un senso compiuto.

Evoluzione ma anche forte continuità col passato recente?
Ovviamente. Abbiamo inserito elementi nuovi perché il flusso delle nostre idee va avanti, ma si sentono dei punti fermi che fanno sì che, qualunque cosa facciamo, suoni Fleshgod. Cerchiamo di lavorare perché questa continuità non sia rigida, che si ridefinisca mano a mano. Adesso è come avere un parco giochi, cioè una serie di cose che costituiscono il trademark e dal quale possiamo attingere, ma sempre rigenerandole in una nuova chiave. Nel disco ci sono due o tre pezzi, “Towards The Sun” e “Pathfinder” per esempio, in cui abbiamo fatto cose molto diverse dalle precedenti, con strutture, elementi, stacchi, velocità e tipologie di riffing che prima non facevamo. In tutto questo si riconosce la band, ma consente di dare uno sfogo a tante nuove sfaccettature finora inesplorate.

In questo ha influito proseguire la collaborazione in studio con Stefano Morabito?
Di sicuro, “senti” nel disco che siamo sempre noi anche per una questione legata alla produzione. Il lavoro di Stefano è caratteristico del nostro sound: è una cosa buona e la collaborazione è diventata parecchio attiva.

Il nuovo artwork sembra più “serio” e cupo di quelli del passato, no?
Vero. È il risultato dell’esperimento di collaborazione con una persona nuova, dopo i primi tre dischi con Marco Hassman. Abbiamo fatto il tentativo di lavorare con Colin Marks ed effettivamente il suo stile è molto più “alto”, classico e austero e questo si riscontra anche all’interno del libretto. La scelta si deve al fatto che l’esperienza con Colin durante gli ultimi due anni è stata estremamente positiva, con i disegni per le magliette e per il singolo “The Violation”. Il suo stile si addice veramente bene al gruppo e al tipo di sound, molto impostato su introspezione, classicismo, romanticismo e su una certa immagine sul palco e nei video. Sono contento che l’impatto dell’artwork sia “serio”, perché è un tipo di musica in cui ci sono aspetti di brutalità e violenza e di drammaticità nei testi e nelle armonie. Per certi aspetti “Labyrinth” è molto complesso e presenta più strati di complessione e di ascolto.
[PAGEBREAK] Qual è il concept di “Labyrinth”?
Siamo sempre stati interessati all’essere umano in generale, fosse anche per le esperienze che ognuno affronta durante la vita. Abbiamo cercato di guardare al comportamento delle persone, alle cause e alle conseguenze: “Oracles” era incentrato sulle istituzioni religiose e politiche, “Mafia” era uno spaccato su questo tipo di malavita – come esempio di ignoranza e paura che gli uomini utilizzano contro gli altri e contro se stessi –, “Agony” era una sorta di elenco di ciò che si può fare agli altri, dato che la cattiveria e gli altri “peccati” provengono da problematiche proprie. In “Labyrinth” la vicenda è un po’ più positiva, anche se il mito greco ha sempre una fine drammatica. Teseo rappresenta bene qualcuno che sceglie di guardare dentro se stesso, che a un punto della propria vita decide di superare una serie di schemi che ha nella testa. Il viaggio dentro di sé è la cosa più difficile perché siamo noi gli unici giudici e quelli che possiamo farci più male. Teseo riconosce le sue radici e si prende la responsabilità per cose anche dolorose che gli sono state lasciate come retaggio. Il minotauro rappresenta la paura e il labirinto il luogo in cui uno deve perdersi per ritrovarsi, anche se il processo è infinito e comporta una perdizione permanente.

Il personaggio di Arianna.
Una cosa che mi sta a cuore di questa storia è la figura di Arianna: rappresenta il fatto che, in un modo o nell’altro, abbiamo bisogno degli altri e senza il loro aiuto non potremo mai diventare quello che desideriamo essere. Pensare che possiamo fare tutto da soli è un segno di debolezza, una cosa antieroica. Teseo tentenna ma infine accetta l’aiuto della donna, altrimenti non potrà tornare indietro.

Re Minosse.
Dall’altro lato c’è un antagonista che è la perfetta incarnazione di avidità e perdizione dentro se stessi: Minosse vuole tutto, ottiene il favore degli dei, ma nasconde e non sacrifica il toro che gli viene mandato. Il re di Creta nasconde una cosa dopo l’altra e così è anche per il minotauro all’interno del labirinto e per Dedalo e Icaro in galera, dato che sapevano troppo. A questi due personaggi abbiamo dedicato un breve spaccato, anche come tributo alle tante band che se ne sono occupate, Iron Maiden in primis.

L’architetto Dedalo e il figlio Icaro.
La loro canzone è “Towards The Sun” e ha un andamento un po’ particolare. La storia è perfetta per una descrizione a modo nostro del rapporto padre-figlio, nel quale il primo tende a fare il contrario di quello che gli viene detto, spesso solo per dimostrare qualcosa a se stesso. Questo però può portare all’autodistruzione, perché occorre capire che siamo liberi e che neppure i genitori possono influire sulla nostra volontà. Icaro va a morire piuttosto che ascoltare un consiglio saggio da parte del padre. Magari, se questo non gli fosse stato dato dal genitore ma da un’altra persona…

Qualcuno di voi ha fatto il liceo classico?
Sì. Sia il batterista che il pianista hanno fatto il classico, mentre io, Paolo e Cristiano abbiamo fatto lo scientifico. Poi è chiaro che queste tematiche uno se le può vedere a prescindere dal tipo di studi, ma loro due sono stati d’aiuto dove nel disco ci sono delle parti di parlato in greco ispirate da alcuni libri di mitologia.

La formazione della band procede disco dopo disco in gran parte intatta. Siete riusciti a trovare un equilibrio tra fase live e lavoro in studio?
A parte i due anni un po’ incasinati prima dell’uscita di “Oracles”, noi abbiamo solo aggiunto. Abbiamo incominciato a fare tour e poi abbiamo ricevuto l’interesse di Francesco, il pianista. Ma la verità è che siamo veramente amici, anche da prima: discutiamo e ci arrabbiamo ma siamo come fratelli. Il feeling, ciò che crea l’energia sul palco, è dovuto a un legame molto più profondo di quello lavorativo. Se uno impara a gestirlo, a capire gli altri e sapere quando lasciare perdere e quando tenere duro, ottiene un risultato di compattezza e stabilità perché c’è un sogno comune in cui nessuno fa la parte del turnista. Siamo come i Rammstein da questo punto di vista.
[PAGEBREAK] Vivete ancora tutti insieme?
No: Francesco ha un figlio e sta per i fatti suoi, io pure, mentre Paolo e Cristiano vivono ancora insieme. Loro due curano in particolare l’aspetto burocratico e amministrativo della band, il che fa comodo a tutti dato che internet è praticamente la nostra esistenza e così è più facile. Abbiamo la nostra sede e la nostra sala prove a Città di Castello, vicino a Perugia, dove abita Francesco.

Di chi è la voce femminile in “Kingborn” e “Warpledge”?
Ancora Veronica Bordacchini degli In Tenebra. Cerchiamo di fidelizzare le persone con le quali lavoriamo. Se qualcuno ci piace, ci troviamo bene e ci capiamo sotto l’aspetto artistico e professionale, sono tutti valori aggiunti. La line up è il valore aggiunto, permette che le persone possano riconoscerci anche all’esterno della formazione in senso stretto, come è il caso di Veronica e del regista dei video, Salvatore Perrone.

Dove si colloca il mercato più importante della band? Forse si è spostato in Nord America, anche grazie ai concerti da quelle parti?
Direi che il nostro mercato nasce principalmente come americano. L’Europa ha delle caratteristiche che rendono questo processo più lento, soprattutto per gli stessi europei, e ce la stiamo conquistando un po’ alla volta. Nel nostro caso il percorso è stato un po’ più rapido, ma la strada è lunga e siamo stati contenti di vedere la gente drizzare le orecchie durante il tour coi Septicflesh. Per quello che riguarda gli Stati Uniti, a causa della qualità e della quantità dei tour e del fatto che gli americani tendono a buttarsi sulle novità che piacciono – mentre gli europei vogliono una storia alle spalle, sono più “old school” – sono il nostro primo mercato. Lo testimonia anche il nostro prossimo tour in cui faremo da spalla ai Wintersun, un gruppo che seguiamo da molto. Siamo elettrizzati di fronte a questa prospettiva.

La prima traccia attacca con un uomo affannato che cammina sotto la pioggia ed entra in un luogo chiuso. Sembrerebbe ideata apposta per un video, o no?
Questo non si sa. Penso che uno o più video ci saranno, ma è un momento in cui abbiamo così tante cose cui stare dietro che ad alcune potremo pensarci subito dopo l’imminente tour e non prima.

Quale brano si è dimostrato più complicato da suonare e registrare?
Senza dubbio “Under Black Sails”, che ha una parte centrale bella tosta, ma anche il singolo “Elegy” sarà impegnativo da suonare dal vivo. Siamo infatti tutti quanti in fase concitata di esercizio.

A quando l’impiego di un’orchestra in carne e ossa?
Sarebbe bello, ma l’impegno economico per una cosa come questa è grande. Una delle cose che mi fanno più ridere, che ho visto anche l’altro giorno nel video di un recensore americano, è che la gente quasi s’arrabbia se l’orchestra è digitale. Penso che Francesco faccia un lavoro mostruoso e che anche questa volta abbia raggiunto più che bene il risultato. È chiaro che vorremmo registrare con la Berliner Philarmoniker, ma per arrivarci ci vuole un po’ e, nel momento in cui sarà possibile, è scontato che un gruppo come noi lo farà. Tutta la nostra impostazione si basa sull’orchestra e ci faremmo anche i tour. Comporta poi anche una serie di conoscenze teoriche e tecniche che stiamo acquisendo poco alla volta.

Conosci qualche band che proponga un sound simile al vostro?
Ci mettono spesso accanto ai Septicflesh, coi quali abbiamo anche suonato e sono dei grandi. Dal punto di vista delle timbriche e dell’orchestra ci può essere un accostamento, ma per quello che riguarda progressioni e armonie penso che siamo unici. Ritengo che ci sia un discorso più italiano alla base, ovverosia il legame con una tradizione musicale nostrana da Paganini in poi. È chiaro che chi ascolta questa musica conosce anche i maestri russi e tedeschi, ma ci entrano anche le colonne sonore di John Williams e un milione di altre cose. Io riconosco però che c’è un tipo di approccio classico che di sicuro contraddistingue gli italiani, molto meno cupo o gotico. L’ispirazione viene dal romanticismo e sfiora appena il periodo barocco. Dal punto di vista del mix musicale siamo l’unico gruppo symphonic che, sotto l’aspetto ritmico, fa death metal allo stato puro.

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