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Due neozelandesi alla conquista del mondo

Jemaine Clement e Bret McKenzie sono una coppia di comici neozelandesi. Attori cinematografici (il primo nella commmedia indie “Eagle vs. Shark”, il secondo nel “Signore Degli Anelli”, comparsata-cult tra i fan tanto che nell’ultimo episodio il suo personaggio è stato dotato di una – breve – frase) hanno iniziato in patria e trasferito poi negli USA la loro formula comica: un mix in musica di parodie, pastiche postmoderno e barzelletta brillante, volendo una specie di Elio E Le Storie Tese appena meno eclettici ed irriverenti.
In America hanno ottenuto tanto successo da guadagnarsi una serie in 12 puntate sulla HBO, titolo omonimo, trama funzionale/pretestuosa – un musicarello degli anni ’60 mixato con i video di MTV, in cui i due interpretano i loro alter ego, cantanti arrivati negli USA dalla Nuova Zelanda in cerca di successo. Il tutto condito dalle ovvie peripezie sentimentali e accidentali, e sostenuto maestosamente dalle canzoni dei due.
Sorprende un po’, però, che dopo un lavoro autoprodotto ed uno realizzato per la BBC Radio i due siano approdati alla sicuramente meno ridanciana Sub Pop, prestigiosa etichetta indie, per incidere prima un EP (“The Distant Future”, grammy come miglior comedy) e raccogliere in quest’album le canzoni principali della serie, al mixer Mickey Petralia, già con Beck e Ladytron. Proprio Petralia è paradossalmente il punto più debole di quest’operazione: sembra spesso non saper come trattare le canzoni, e per uniformarle stilisticamente finisce per banalizzarle e depotenziarle rispetto alle versioni andata in onda (che si trovano facilmente su YouTube).[PAGEBREAK] Ma nonostante ciò il livello, musicale e delle risate dell’ascoltatore, resta altissimo, partendo, certo, dal presupposto dell’ottima conoscenza della lingua inglese, senza cui sarebbe difficile apprezzare gli infiniti calembour (uno per tutti, il titolo “Hiphopopotamus Vs. Rhymenoceros”). Rimangono però 15 schegge di genio, che destrutturano e rielaborano ogni genere ed ogni argomento senza pietà: i luoghi comuni sulla Francia inanellati in un enorme nonsense su un tappeto di samba (“Foux Da Fa Fa”), i dissing dell’hip hop americano (“too many mutha’uckas ‘uckin’ with my shi’”, o la succitata “Hiphopopotamus”), l’allarmismo spesso eccessivo delle canzoni di denuncia (“Think About It”), i Pet Shop Boys di “Inner City Pressure”, la censura da airplay (“Mutha’uckas”, dalla seconda metà inintellegibile per i troppi silenzi), la psichedelia indiana (“The Prince Of Parties”), la canzone romantica dal piglio paradossal/beatlesiano (“Leggy Blonde”, in tv la migliore) con inaspettato finale rhythm & blues (così come r&b è “Boom”), la krafterkiana “Robots” (con l’ennesimo finale-perla), la ballata mielosa “A Kiss Is Not a Contract”, il romanticismo soul di “The Most Beautiful Girl (In The Room)” e il groove sexy/sessista di “Business Time”, il rock bowiano (in “Bowie”, chiaramente) e a chiudere un altro nonsense in un improbabile francese.

Se non ridete per questo disco, procuratevi la serie tv. Se però non ridete nemmeno per quella, davvero, è colpa vostra.

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