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Foglie di acero. Foglie di fico: due pareri

Considerare gli Hidden Cameras come i portabandiera del pop-folk gay è corretto, ma incompleto. I portabandiera dell’invenzione melodica. Già meglio. I portabandiera della festa grande. Ecco.

Joel Gibb e i suoi sei compagni altrettanto canadesi salgono sul palco della Sala Vanni accompagnati dall’intro cupa di “Origin: Orphan”, con un inizio talmente post-rock che fa dire: «troppo rumore, Joel Gibb, cosa stai facendo». Entrano tastierista, trombettista, un violinista sosia di Marco Paolini che da qui in avanti chiameremo il Re del Pizzicato. Tutto cambia: prende forma il pop più vibrante, energico, immediatamente coinvolgente (ma insieme abbastanza sofisticato) che si possa sentire. Come su disco? Guai! Gli Hidden Cameras dal vivo sono i loro dischi, però centuplicati.

Gibb accentua espressività e coretti con le sole vocali: calca la mano (saggiamente) sui ritornelli catchy che fanno eeeoo eeeoo. La band intera si diverte, non smette mai di ballare coordinata: si inclinano tutti a sinistra, si inclinano tutti a destra, fanno salti ad intermittenza, trombettista e Re del Pizzicato si minacciano vicendevolmente con mosse da torero.
C’è un’invasione della platea (da parte dei musicisti), durante la quale il bassista non smette di suonare il basso appoggiato sulla PROPRIA SCHIENA. La tastierista e Gibb dialogano con la folla in italiano. Irrompono i momenti strappalacrime da “Missisauga Goddam”, e poi i synth. Persino il pubblico più morto, alla fine, è costretto ad alzarsi. E ballare. Su “Breathe” non si può che riconoscere unanimemente i meriti degli Hidden Cameras, tra cui quello di comunicare, musicalmente e non, con il proprio ascoltatore. Tra cui quello di fare del palco un’enorme festa grande.

Laura Spini

Se vi capita, andate a vedere un concerto degli Hidden Cameras, perché merita: qualunque cosa la loro musica vi dica (o non vi dica). Andate perché il concerto che ho visto nella Sala Vanni di Firenze è stato un bello spettacolo anche dal punto di vista della resa scenica, e non solo da quello musicale.
Eppure, la Sala Vanni in piazza del Carmine era come sempre: sicuramente suggestiva, ma non adornata da scenografie o giochi di luce vari. Gli Hidden Cameras non ne hanno bisogno: sono loro stessi la presenza scenica. Anche su un palco non grandissimo interamente occupato dai loro svariati strumenti, ma che lasciava spazio di manovra per il cantante.

Joel Gibb ha letteralmente calamitato l’attenzione del numeroso pubblico semplicemente cantando: la sua presenza è fortemente magnetica, e per tutto il tempo ha parlato, scherzato, incitato gli spettatori in un italiano tutt’altro che pessimo.
Purtroppo il pubblico non ha accolto fino in fondo gli inviti ad avvicinarsi al palco perché Gibb «voleva vederci danzare», anche se si è scatenato verso la fine dell’esibizione, quando gli HC si sono ripresentati sul palco per i richiestissimi bis.
E lui, nel frattempo rimasto in canottiera bianca, si godeva un mondo l’attenzione del pubblico: è sembrato sincero quando ringraziava Firenze per l’accoglienza ricevuta.
Ma sul palco non c’era solo Joel, ed è giusto far notare la bravura di tutti i componenti del gruppo: il trombettista (la tromba è un elemento essenziale nelle canzoni degli HC), la ragazza con le scarpe argentate che suona tastiera e xilofono, il bravissimo violinista. Sono i tre che mi sono rimasti più impressi, ma gli HC si avvalgono anche di chitarra, basso e batteria.

Stella Mattioli

Origin: Orphan
Pencil Case
Kingdom Come
Awoo
Fear Is On
Death Of A Tune
A Miracle
We Oh We
Boys Of Melody
He Is The Boss Of Me
Walk On
B-Boy
Follow These Eyes
In The Na
Do I Belong?
The Little Bit
Underage
Breathe

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