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Foglie morte e Death: Cambio di stagione ma non di sound

Alla tiepida luce del sole si scorgono i primi riflessi della brina sulle foglie caduche; l’autunno scema dalle temperature dolci e miti al clima rigido, fatto di vento e freddo sulla pelle.

Così come nelle stagioni, ciò avviene anche in ambito death. Questa metamorfosi è resa evidente dal confronto di quattro uscite: due dal sapore ancora estivo e due, appena sbocciate, dal retrogusto autunnale ed infernale.

Dall’arida aria dell’Arizona sopraggiungono i Job For A Cowboy con il loro tempestoso “Ruination”, un cumulonembo di pura energia, cupo e scuro, capace di scatenare una potenza espressiva inaspettata come un temporale estivo; non vi sono attimi morti, tutto è movimento e l’evolversi dell’intero lavoro verte sulla fulminea precipitazione di violenza, di tempi pieni e a tutto tondo.
Le uniche pause, se così si possono interpretare, sono i decori di corde, spiragli di un sole che diviene inefficace contro il muro di atmosfere brutali, proprie della stagione in arrivo.

Anche in territorio europeo v’è stato un temporale ristoratore, nel medesimo periodo, che prende il nome dall’ultmo lavoro degli gli As You Drown. Con il loro death modulare e old school sconvolgono momentaneamente quello che era il presente caldo torrido.
“Reflection” porta oltre che ad una buona esecuzione, ventate di ritmi tirati che evidenziano i velati tributi a gruppi ben più noti. L’intero elaborato resta composto dentro i suoi schemi definiti, senza evadere con elementi innovativi o personali. Si limita solo a ricalcare le orme lasciate dai gruppi di riferimento del genere; anche in questa occasione il sound è massiccio, discreto e capace di lacerare le calde temperature lasciando un buon ricordo complessivo.
[PAGEBREAK] Proseguendo con le stagioni e scendendo verso il bacino mediterraneo si incontrano i Kadavar. Dopo un ‘addensarsi di incertezza all’inizio della prima traccia dell’omonimo album, i brani schiariscono permettendo di cogliere appieno tutta la parte strumentale, che pur essendo ben eseguita a volte scade nel già sentito. Pur mantenendo l’ascolto su livelli di merito medio-alti una nota di demerito è la pronuncia sfacciatamente italica, che purtroppo costituisce un elemento d’ulteriore dissonanza dato lo stile compositivo prettamente old school.

Ad autunno inoltrato, come le temperature drasticamente più rigide sopraggiunge anche l’album dei toscani Exences, che ghiaccia sangue ed orecchie. “Hystrionic” è paragonabile ad una di quelle splendide giornate di mare, dal sole vitreo ed inerme davanti al vento che congela il midollo; sebbene il dualismo death-thrash e la voce graffiante un po’ acid ricordi i Death (con la loro tangibile bravura strumentale e di composizione) gli Exences catapultano l’ascoltatore in un clima di pura energia ed esaltazione, che addensa emozioni ed aspettative.
Tutti gli strumenti fanno da protagonista, rispettandosi a vicenda nel loro ruolo e sostenendosi nei migliori dei modi. I virtuosismi sono presenti tra cambi di ritmo inaspettati ed accoppiate avvincenti soprattutto tra chitarra e voce.

Se l’inverno si contorna di gioiellini come questo, le speranze ritornano a vivere permettendo a chi ancora vuol crederci che le tanto attese tempeste, coi loro venti di cambiamenti e di rinnovo, sono pronte a scatenarsi.

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