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    Foo Fighters

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La Musica, prima di tutto

Foo Fighters, ovvero: LA band che ha ridefinito il significato del termine groove dal 1995 a oggi. Lo dimostrano perché, più di chiunque altro, sanno prendere un riff e dargli il tiro giusto; si prendono l’atmosfera e se la portano a saltare e ballare con l’ascoltatore.

Wembley, il tempio delle grandi occasioni. È un palco che si calca, che si affronta non solo frontalmente ma attraversandolo, lungo la passerella luminosa che permette al gruppo di entrare nel cuore del pubblico: perché non si crede ai propri occhi che spettacolo sia quello di riempirlo. Si grandina subito energia, allora, con una setlist costruita sui singoli di maggior successo degli ultimi cinque album: “The Pretender” serve per rompere il ghiaccio partendo dal più recente “Echoes, Silence, Patiente And Grace”, e la risposta è forte. “Times Like These” aiuta a capire come sta respirando il pubblico, aggiungendo varietà di ritmi e di suoni.

Non è una semplice carrellata quella che passare per “Learn To Fly”, dei tempi di “There Is Nothing Left To Lose”, “Long Road To Ruin” e “Cheer Up, Boys (Your Makeup Is Running)”, o attraverso “All My Life” e quindi “Hero” in versione acustica insieme a “Skin And Bones” e la ripescata B-Side dei Nirvana “Marigold”. È strategia dell’intrattenimento. È sapienza nell’alternare aggressività, fantasia e melodia; catturano il pubblico di Wembley con gli accordi dell’intro e della prima strofa, incendiano l’aria di ritornelli e bridge, sorprendono per i dialoghi complici e le brevi improvvisazioni tra di loro, rallentano improvvisamente, interagiscono con le persone, li fanno cantare.

In “Stacked Actors” si capisce l’essenza di un concerto marchiato FF, dove ciascuno di loro è “in grado di sostenere un assolo”. E per questa divertente scommessa, il già piacevolmente composito brano, viene esploso ad un divertente showcase di abilità individuali che si sfidano con carisma tipicamente, fragorosamente rock, ammiccando con mestiere al pubblico.
[PAGEBREAK] Dopo quasi due ore, quando il sudore e la contagiosa energia effusi sembrano già sufficienti a giustificare l’aggettivo grande dietro alla parola performance, sempre con l’idea di rendere la musica protagonista, Dave Grohl dà il benvenuto sul palco dello stadio a Jimmy Page e John Paul Jones per due immortali episodi: “Rock And Roll” da “Led Zeppelin IV” e “Ramble On” da “Led Zeppelin II”, dove la coesione ed il piacere di suonare insieme tra generazioni che si sono contaminate trionfano: la musica, prima di tutto.

I Foo Fighters che hanno suonato a Wembley lo scorso giugno, non hanno la gentilezza di chi coglie un’opportunità; hanno piuttosto la forza e l’energia di chi ha sognato da una vita quella venue e ottantacinquemila spettatori. Dave Grohl, quel palco, lo vuole infiammare e regalargli il miglior show di cui si parlerà per i prossimi vent’anni (parole sue). Con tutta la consapevole umiltà di non essere i Pink Floyd o i Led Zeppelin, ma con tutta la voglia di regalare qualcosa di autentico e vedere che cosa succede.

Facendo parlare la musica prima di tutto, i Foo Fighters alzano il profilo di un gruppo che si è guadagnato il rispetto di chi fa sul serio, l’approvazione di chi li considera irresistibili, il consenso per le loro astuzie, il sorriso per i momenti più simpatici. Spuntano nei TV/Radio network insieme ai grandi nomi del pop, entrando nelle giornate delle persone con la freschezza di una secchiata d’acqua in faccia di primo mattino, lasciando a proprio agio chi viene travolto dalla prepotente energia dei pezzi, con la melodia dell’ultimo singolo a rimanere impressa all’orecchio. Capiterà anche a chi li ha seguiti da lontano, guardando questo live, di riconoscere almeno qualche brano e di riassociarlo magari con incredulità a loro, perché è questa la loro grandezza: essere da sempre stati d’impatto al primo ascolto.

Il “Live At Wembley Stadium” conferma la sostanza e ci dice qualcosa di più: i Foo Fighters sono tra i pochi act dal gruppo sanguigno arroventato dal sacro fuoco del rock. Quei pochi che possono salire su un palco e dalla prima nota suonare davvero a undici. One Louder.

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