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Forme e colori nei mondi multipli di Coraline

Tra quotidianità concreta ed evasione onirica, il ricco universo narrativo creato da Neil Gaiman nel suo “Coraline” è stato rimodellato per il grande schermo dal regista Henry Selick e dai suoi animatori, con particolare attenzione agli aspetti grafici e cromatici della messa in scena, secondo un’evoluzione articolata che segue da vicino il viaggio fisico e di maturazione interiore compiuto dalla giovanissima protagonista.

Il mondo reale nel quale la piccola si trova a vivere, dopo un trasloco maldigerito, è scialbo, piovigginoso e decolorato, tanto da riportare alla mente degli spettatori le atmosfere ingrigite e conformiste che dominavano l’universo dei vivi in “La Sposa Cadavere” di Tim Burton; Coraline, bimbetta fantasiosa e vivace, stufa di non essere ascoltata da genitori stanchi e distratti, ama invece i colori come espressione di bellezza e originalità: ha i capelli blu, pretende guanti multicolori per distinguersi dal grigio piattume delle uniformi scolastiche e si dipinge le unghie d’azzurro sgargiante, in contrasto col bel giallo intenso dell’impermeabile.

Catapultata nel mondo parallelo forgiato dalla pericolosa Altra Madre, Coraline riapre gli occhi in una sorta di lussureggiante e seducente Paese dei Balocchi dove i colori sono saturi, turgidi, eccessivi, dove i fiori sbocciano per celebrarla e i topi ballano in suo onore. Un intero, incredibile universo che gira completamente intorno a lei, a Coraline, dove il piacere non è una conquista ma uno stato dell’essere narcisistico e intossicante, che stordisce chi ne trae beneficio, come appunto Coraline, e schiaccia chi ne è strumento, come il logorroico Wybie, privato della voce, e come l’Altro Padre, ridotto progressivamente a misera larva perché ormai inutile.

Il bianco e nero spigoloso e stilizzato delle illustrazioni realizzate da Dave McKean per il romanzo di Gaiman sembra essere servito da riferimento soprattutto per la resa grafica del disfacimento dell’Altro Mondo, quando la Madre perde il controllo sulla propria creazione e assiste al suo sgretolarsi: via i colori, allora, e via il superfluo, per lasciar spazio ad un tratto spoglio e raggrinzito, che ha l’ipnoticità delle costruzioni concepite da Escher.

Tornata infine vittoriosa nel suo mondo, Coraline deve riuscire ad inventare una bellezza diversa e personale, non ingannevole ma vera e positiva, e lo fa piantando dei tulipani: fiori reali, che hanno bisogno di cure e fatica per crescere. Coraline chiede la collaborazione di vicini e genitori, che redigono manuali di giardinaggio, si mette all’opera e rinnova l’immagine della casa: al nuovo, piccolo mondo costruito dalla protagonista e dai suoi amici, Selick dona un’ulteriore caratterizzazione visiva, fatta di colori più umani, dolci, pastellati. Addio al grigio, ma addio anche alla sbornia cromatica provocata dall’Altra Madre.

I riferimenti aritstici sono in “Coraline” particolarmente numerosi: l’importanza degli occhi, dello sguardo e della luce è messa in evidenza dalla “Notte Stellata” di Van Gogh che culla i piccoli fantasmi nel momento della liberazione dal gioco della megera, come la chiamano loro; le anime dei bambini, fino a poco prima lattiginose, svuotate e rigide, diventano ora dorate e splendenti, sullo sfondo del cielo buio ma al contempo luminosissimo di Van Gogh, gioiosa affermazione di vittoria su quel bottone con cui la Madre aveva tentato di acceccare perfino la luna.

La bellezza squillante ma anche inquietante e decadente che è cifra distintiva dell’Altro Mondo e che torna anche nel piccolo quadro del bimbo alle prese col gelato appeso nel salotto, ricorda poi vagamente le ambientazioni caramellate e terrificanti delle opere di Ana Bagayan o di Mark Ryden; lo spettacolo domestico delle strampalate e vanitose Miss Spink e Miss Forcible è invece impreziosito dalle due figure tratte dalla “Venere” di Botticelli.

Tale abbondanza di citazioni e rimandi costituisce una struttura visiva notevolmente ricca e affascinante, che forse perde un po’ della sua forza nell’animazione pura e semplice, uno stop-motion di ottimo livello, soprattutto nella resa concreta dei dettagli (dai cibi agli elementi naturali e paesaggistici) che però si rifà, per quanto riguarda i personaggi, ad una gamma di espressioni, di sguardi e di smorfie già vista in prodotti cinematografici di genere simile.

Tra qualche semplificazione del materiale letterario d’origine e alcune aggiunte ingegnose che rinforzano la compattezza della trasposizione cinematografica, il film riesce comunque ad essere un’opera complessa e non banale sotto molteplici punti di vista, ma anche accattivante, comprensibile e stimolante per gli spettatori più piccoli. Del resto, all’uscita della sala una colta bimbetta si premurava di domandare al fratello maggiore con aria compunta: “Hai capito la morale?”

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