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  • Fort Fairfield: The Dead Sea Scrolls

    Fort Fairfield

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Il mare morto. Tanto morto.

I fratelli J e T Lück, allevati dalla fredda città svedese di Jönköping, escono allo scoperto sotto il nome di una cittadina del Maine chiamata Fort Fairfield.

“Lo-fi skweee” è il termine con cui il duo definisce il proprio stile: una declinazione molto nordica di quella che normalmente verrebbe considerata la musica elettronica/synthpop, pasticciata con un po’ di ritmi funk e soul, giusto per darle quel tocco di vita in più. Con questo, però, non pensiate che l’album possa essere giudicato valido sostituto di un defibrillatore; al contrario, la lentezza, l’incantamento e la ripetitività dei percorsi armonici sono le principali caratteristiche dei tredici brani, introduzione compresa.

Dopotutto il titolo presupponeva già di per sé il decesso quasi totale del beat.

L’unica traccia leggermente animata è “The Dead Sea Scrolls”, che per certi versi ricorda lo sperimentalismo dei nordici Sigur Rós, benché al posto di voci umane registrate dal microfono intervengano stralci di comunicazioni telefoniche a mo’ di interecettazioni. “Freakout pt.1″, invece, è intrisa della malinconia dell’antecedente ambient anni ’80 e rappresenta probabilmente il pezzo più significativo dell’intero disco, contando l’apporto di arpeggi che se non sono un omaggio a This Mortal Coil… beh, non credo potrebbero essere nient’altro.

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Contro

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