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Che magnifico regista è diventato Bennett Miller. Attraverso una chiave da sempre utilizzata nella cinematografia americana, la drammatizzazione di storie vere legate allo sport, riesce a comporre dei racconti metaforici infarciti di personaggi/mondo bigger than life.

Dopo il già ottimo “Moneyball”, la sua nuova opera “Foxcatcher”, in concorso a Cannes 2014, lascia sbalorditi per l’apparente semplicità del racconto e della messa in scena, segno di una totale padronanza acquisita del mezzo cinematografico. Gli USA sono un Paese problematico e contraddittorio, ma sanno autoanalizzarsi in maniera mirabile attraverso nuove generazioni di autori sempre pronti a riprendere in mano e a portare avanti il discorso lasciatogli in dote dalle generazioni precedenti.

Storia “vera”. Marc Schultz, oro olimpico nella lotta a Los Angeles 1984, vive per la vittoria. È un ragazzone cresciuto sotto l’ala protettiva del fratello maggiore Dave, vive per il suo sport, non ha altro d’importante nella sua vita. Il multimilionario John Du Pont li contatta entrambi per entrare a far parte della squadra Foxcatcher, con l’obiettivo di vincere anche alle Olimpiadi successive di Seul. Questa è la traccia narrativa, ma è solo il punto di partenza, l’ambientazione dove si muovono i tre personaggi.

Bravissimi Channing Tatum e Mark Ruffalo nel ruolo dei fratelli Schultz, monumentale un irriconoscibile Steve Carell che interpreta Du Pont. Era già accaduto con Jonah Hill nel film precedente, Miller prende questi comedians di razza, li spreme, e ne tira fuori interpretazioni drammatiche formidabili. Carell deve vincere l’Oscar, la Palma, qualsiasi cosa.

Padri assenti sostituiti da figure succedanee, complessi edipici e amicizie virili, Miller compone una sinfonia quasi “springsteeniana”, dove non ci sono donne, dove la psiche maschile diventa terreno di incontro/scontro delle paranoie di una nazione intera. La famiglia Du Pont è tra le più potenti degli USA, si è arricchita con le munizioni, “gioca” con le armi, si balocca in un delirio di onnipotenza destinato al tracollo. Le nuove generazioni, il bisogno di emulazione, la finzione dei media, tutto questo e molto altro.

Una donna c’è: Vanessa Redgrave, la matrona, fisicamente immobile all’apparenza, ma che muove i fili della vicenda e del mondo anche post mortem. Applausi scroscianti, che NON sono arrivati alla proiezione stampa. Perché spiegare grandi film a piccoli uomini? Si perde solo del tempo.
Lasciate perdere la mera successione dei fatti, in questo epocale capolavoro. Magari leggetevi prima la cronaca degli eventi, ricalcati in maniera fedele dal film. Concentratevi sui tre personaggi principali, sulle loro motivazioni, sulle loro contraddizioni. Dove altro troverete mai una sequenza che usa le definizioni “ornitologo, filatelista, filantropo” per comporre un balletto verbale da infarto (assimilabile al mantra del McConaughey di “Wolf of Wall Street”)? Il senso di inadeguatezza totale nei confronti di un certo cinema americano si fa sempre più profondo.

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