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Fragility Tour 3.0

Prima, il buio. L’ingresso nell’ombra di Robin, l’uomo dei cambiamenti, insieme a Justin Medal-Johnson genera un boato. All’arrivo di Trent si giunge sempre a caricarsi dell’aspettativa più alta. A costo di dimenticare anche le cadute, anche quel 1° Aprile 2007.

Luci intermittenti. Normalmente chiunque avrebbe detto che con il martellante e geometrico inizio di “1.000.000″ avremmo assistito alla classica carica senza incoscienza. Ai Nine Inch Nails allenati in palestra, sempre in tensione verso il risultato, ma telecomandati nella performance.

Ecco la più grande smentita: il brano di “The Slip”, forse il più vituperato, si fa sentire come una deframmentazione all’avvio. Inizia a respirarsi il feeling, c’è un fluido costante che lega le deliranti movenze di Finck insieme alla carica di Reznor e alla mobile e precisa percussione di Ilan Rubin.

Da qui in poi si entra in un Fragility Tour 2009, o 3.0.

Nessuno si aspettava così in fretta “Last”, una rarità anche se in linea con le promesse di una setlist più ruvida per questo tour finale. Con i suoi riff prepotenti sfonda il muro del suono, con l’elettronica confonde l’equilibrio.

“HEY GOD!” “Terrible Lie” riprende per mano gli spettatori: costante come ogni brano rassicurante, esaltante e turbinosa nella distruzione di ogni certezza sul finale, dove ogni volta si raggiunge un’insostenibile tensione, sempre diversa, sempre efficace.

Unico vero calo, “Discipline”, che non convince mai in qualsiasi forma venga proposta, ma i Nine Inch Nails sembrano prometterlo: si tratta solo di far riprendere fiato al pubblico.

“STEP RIGHT UP! MARCH!” Devastante come una serata al Fight Club, imminente come un tuono dopo il sollevarsi di una zaffata di odio, c’è “March Of The Pigs”. Nei bei tempi, a seguire era la strisciante acredine di questo inizio: “Hey pig”. Sì, lei. “Piggy” entra, rallenta i ritmi col suo ironico malessere, rimbalza nei sincopati rullanti, forti ed intolleranti contro la regolarità del basso ritmico.

i pizzicati sintetici e acidi fanno intuire che di lì a poco tutto sarebbe diventato verde, nella forma del più velenoso dei rettili. “She spreads herself wide open to let the insects in…” “Reptile” abbandona la veste mezza elettronica del “Lights In The Sky Tour” e torna ad essere un fenomeno di lenta scossa sismica/elettrica a tre chitarre. Regolare e spietata, al suo primo congedo in Italia riesce ad esprimere tutta la natura di frutto lussurioso e luttuoso espresso dal suo conflitto.

Sorpresa, di nuovo: “The Becoming”, altra rarità nella scaletta, ossessiva ed aspra, colpisce in pieno con il suo charmante stop di chitarra acustica e martella fino a scemare dentro un indistinto vortice di drum machine che apre il sipario a “Burn”.

“I’m gonna burn this whole world down!” impressionante nella fedeltà con cui ricrea la follia incontrollata dell’ultimo refrain. Nella vertigine, entra l’aggressività secca di “Gave Up”.

Poi Trent esce di scena, e l’Idroscalo si riempie di una magica atmosfera, sollecitata da “La Mer”, percossa delicatamente da “The Fragile”, abbracciata dal pubblico con uno stupore totalmente inerme davanti ad una delle setlist più degne di un concerto dei Nine Inch Nails; infine trasportata in una quiete sterilizzata dentro il contrabbasso di “Gone, Still”.

“Underneath It All We Feel So Small”: “The Way Out Is Through” nasce da un accenno di “Demon Seed” alle tastiere, e ribadisce la coscienza comune su quanto importante “The Fragile” sia sempre stato. Dopo il fragore arriva l’inconfondibile rumore meccanico di “Wish”, intimidatoria come d’abitudine nella scudisciata menata dal riff principale.

Arrivati a questo punto, “Survivalism” è un’azzeccatissimo brano con un’ottima resa dal vivo. Si diffonde la falsa illusione che la tensione incredibile finora creata si sarebbe sciolta di lì a poco verso un regolare godimento.

Una drum machine lenta, invece, inizia ad aumentare il suo regime fino a sospirare “I am the voice inside your head”. Tutti urlano il contro-ritornello mentre sono ancora, di fatto, sconcertati. Anche questo episodio scivola fin troppo rapidamente, con un’energia dimostrata dal quartetto che fa ripensare senza timidezza alla forma di dieci anni fa. “Suck” è ormai l’ennesima cicatrice su un’audience che non riflette più, ma partecipa. “The Hand That Feeds” funziona senza problemi e “Head Like A Hole”, in un’esecuzione fedele nei suoni e nelle linee melodiche all’originale di “Pretty Hate Machine” ma fragorosa come nei successivi riarrangiamenti, chiude la scaletta principale.

C’è chi vorrebbe un rentrée indimenticabile, e c’è chi ormai è talmente soddisfatto al punto che i NIN sarebbero potuti rientrare facendo qualsiasi cosa, anche una cover dell’ultimo Chris Cornell, e sarebbe stato perfetto lo stesso.

Con il rientro ed il saluto finale, vengono proposti “Echoplex” da “The Slip” e “The Good Soldier” da Year Zero. Si tira a scommettere sul finale, “Demon Seed” era data perdente rispetto a “Hurt”. Complimenti a chi ha voluto scommettere comunque per la prima, ma i Nine Inch Nails scelgono per far diventare la seconda un’istituzione definitiva. Cantata col trasporto ed il vibe perfetto di tanti anni fa, partecipa anche lei alla chiusura di un’era.

Di definitivo per contratto non esiste nulla, ma di sicuro questa è la fine dei Nine Inch Nails come li abbiamo conosciuti. Per non rompere una linea di coerenza con l’atteggiamento, la necessità viscerale, il gusto e l’estetica – nonché la portata – di questo progetto, termina con il “Wave Goodbye” la vera storia del gruppo di Reznor. Con alti vertiginosi, e qualche basso che non è mai stato troppo in basso e che con questo tour si fa ampiamente perdonare.

1989 – 2009: un ventennale così è stato quantomeno Unico.
[PAGEBREAK] Pronti via, la corrente è saltata. Piccolo incidente di percorso che non corre il rischio di minare un live, quello dei Korn, assolutamente trascinante e in linea con le aspettative. Jonathan Davis, leader carismatico del gruppo, è in ottima forma e si presenta sul palco in tenuta “classica”: t-shirt smanicata nera e gonna simil-kilt nera. Dread d’ordinanza e consueto microfono con asta a forma di donna, realizzata dall’artista svizzero H.R. Giger.

Il pubblico si anima, si esalta e prende coraggio nonostante la pioggia, decidendo di abbandonare i ripari di fortuna per accalcarsi sotto al palco e sul prato antistante.

“Right Now” fa da apripista e lascia presto spazio a una serie di hit brutali e inframezzate solo da un breve assolo di cornamusa, strumento che Jonathan ha imparato a suonare da ragazzino, scatenando applausi e consensi.

I momenti più rutilanti si sono registrati durante “Freak On A Leash”, “Blind”, “Here To Stay”, “Got The Life” e “Somebody Someone”, intonata quest’ultima a squarciagola dai più e magistralmente interpretata dalla band.
Tra un pezzo e l’altro i Korn si cimentano pure, con discreto successo, in alcune brevi cover di pezzi storici come “One” dei Metallica, “We Will Rock You” dei Queen e “Another Brick In The Wall” dei Pink Floyd.

Una volta ultimate le date estive i Korn riprenderanno a pieno ritmo il lavoro sul nono album assieme al produttore Ross Robinson, lo stesso dei loro primi due album. Scelta che probabilmente simboleggia la volontà della band di tornare alle sonorità grezze degli esordi.

Un cielo plumbeo e minaccioso accoglie i multi-etnici Mars Volta, mentre lo spazio concreti dell’Idroscalo ancora non è preso d’assalto. Una band eccentrica ed energetica che fa dell’eclettismo esasperato il proprio tratto caratterizzante.

La musica dei Mars Volta spazia più o meno agevolmente fra generi anche molto differenti tra loro come l’avant, il rock, il progressive rock, la salsa, il punk, il free-jazz, la fusion, il dub e il noise.
Un mix a volte ben riuscito, altre indigesto e decisamente azzardato.

Dal vivo, l’interesse per la sperimentazione si traduce nella reinterpretazione dei brani in modi di volta in volta differenti, con forte enfasi sul jamming. La stridula e acuta voce di Cedric Bixler Zavala la fa da padrona. Un timbro molto particolare e 70iano il suo, che a brevi tratti ricorda il mitico Robert Plant.

Pur essendo minuto, Cedric spicca enormemente on stage grazie ad un’adrenalina inesauribile e ad una carica di febbrile entusiasmo che lo proiettano ora di qui ora di là del palco con salti felini e guizzi da atleta.

I Mars Volta, accompagnati da una pioggia che si faceva via via più insistente, hanno eseguito i loro brani più famosi, rendendoli spesso irriconoscibili perché completamente diversi dalle versioni registrate, in un vortice di ascendente libertà stilistica. “Viscera Eyes”, “Goliath”, “Roulette Dares”, “Drunkship Of Lanterns”: per un’ora scarsa di esibizione dignitosa e sicuramente spassosa, ma qua e là intervallata da eccessi vocali ed imperfezioni strumentali.

NINE INCH NAILS
1000000
Last
Terrible Lie
Discipline
March Of The Pigs
Piggy
Reptile
The Becoming
Burn
Gave Up
La Mer
The Fragile
Non Entity
Gone, Still
The Way Out Is Through
Wish
Survivalism
Mr Selfdestruct
Suck
The Hand That Feeds
Head Like A Hole
(pausa)
Echoplex
The Good Soldier
Hurt

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