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Quando le parole non servono

I Frames, giovanissima band di Hannover, Germania, si presentano al grande pubblico quest’anno con “Mosaik”, il loro debutto ufficiale. La loro proposta altro non è che una perfetta alchimia strumentale di post-rock, progressive e shoegaze.

Sessanta minuti di egregi arrangiamenti, di arpeggi dal vago sapore Explosions In The Sky, di stalli degni dei GY!BE, interrotti sporadicamente da momenti più hard che possono rimandare ai Porcupine Tree di “In Absentia”. Durante tutto l’ascolto del disco non ci si trova mai di fronte a momenti poco ispirati, il trend che segue la release rimane altissimo dall’inizio alla fine, in un susseguirsi di atmosfere oniriche da far girare la testa.

Certo, non basta un ascolto per apprezzarne il reale valore!

La prima volta che si ascolta il disco si può pensare che dietro ogni strumento ci sia qualche vecchio drago del rock strumentale, tant’è la maturità che trasuda dagli arrangiamenti. Invece i Frames sono giovani, e sono bravi, molto bravi. Probabilmente ci troviamo davanti ad uno dei migliori debut album dal 2000 ad oggi, e non dovremmo sorprenderci se tra qualche anno i teutonici dovessero diventare un gruppo di culto del panorama art-rock europeo. Sempre che riescano a confermare ciò che hanno dimostrato con “Mosaik”.

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