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Francesca Archibugi presenta Il Nome del Figlio

Per l’anteprima stampa di “Il nome del figlio“, il nuovo film diretto da Francesca Archibugi che sarà nelle sale dal 22 gennaio distribuito da Lucky Red, si presenta il cast al completo: Alessandro Gassmann, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo, Micaela Ramazzotti e Valeria Golino. Li accompagnano naturalmente la regista, lo sceneggiatore Francesco Piccolo e, in qualità di moderatore esclusivamente per l’occasione, Paolo Virzì, molto amico dell’Archibugi e felice consorte di una delle attrici principali, nonché tra i produttori con la sua Motorino Amaranto.

E la prima domanda viene posta proprio dal regista livornese.

Francesca, ti sei forse pentita di aver fatto questo lavoro, ovvero mettere le mani in una commedia francese (“Cena tra amici”, dalla pièce teatrale “Le Prénom”, ndr) e trasformarla in quello che è diventata? Vuoi fare un primo bilancio di questa esperienza?
Francesca Archibugi: No, non mi sono affatto pentita (ridono, ndr), sono contentissima di aver girato questo film. Sarò per sempre grata a te e Francesco Piccolo per avermi tirata su dal divano nel quale mi ero insaccata in questi sette anni di inattività. In qualche modo somigliamo a questo film, perché l’amicizia e i legami profondi di una vita hanno un valore, anche se a volte possono essere tormentati.

Abbiamo lavorato tutti in modo pignolo e meticoloso, soprattutto noi sugli attori e loro di conseguenza su se stessi, perché poi fossero lasciati liberi all’improvvisazione. “Il nome del figlio” è pieno di regali personali. Gli interpreti sono tutti e quattro registi bravissimi, sono riusciti a dare il meglio della loro forma creativa. Per me è stato un compito complesso perché ognuno proviene da uno stile diverso. Ma grazie alla loro professionalità sono riusciti ad uniformare il tono recitativo.

A voi attori, che cosa ha lasciato la storia dei vostri personaggi?
Alessandro Gassmann: Paolo è una di quelle persone che non sai inquadrare, non si capisce mai chi sia veramente a causa delle diverse maschere che indossa. Quelli che fanno male all’Italia.

Luigi Lo Cascio: Spero che il mio personaggio sia molto diverso da me! È una persona distratta e alienata. Anche se di lui mi piace la fragilità frutto delle frustrazioni, aspetto che emerge anche grazie a questa cena e ai suoi straordinari amici. È bello che in questo film siamo sempre in scena insieme… Tra noi è stato veramente bellissimo, fin dal primo giorno. Ci siamo veramente divertiti. Anche se non si dovrebbe dire perché porta male!

Rocco Papaleo: Anch’io se fosse possibile vorrei unirmi a questo flusso di ringraziamenti e gratitudine (ridono, ndr). Questo film mi ha confermato che il lavoro e la precisione sono qualità fondamentali. Normalmente – lo dico senza pudore – quando mi rivedo, mi schifa il mio personale risultato d’attore. Ma questa volta, trainato senz’altro dallo spirito di Francesca Archibugi, ho avuto un’ottima occasione per stare un po’ in bilico, lavorare sull’ambiguità, che è quello che mi piace di più.

Valeria Golino: Dopo tanti anni dall’ultimo nostro lavoro insieme, torno a lavorare con Francesca! Il mio personaggio è complesso, ricco di rancori. All’inizio ero un po’ a disagio, ma poi mi ha fatta affezionare a lei.

Quanto di quello che si vede è della regista e quanto degli attori? È stato più pensato in fase di scrittura o in tempo reale sul set?
F. Archibugi: Il film è tratto da una pièce teatrale, quel filo che stato mantenuto intatto. Il film prima di tutto si scrive. Ogni dettaglio è strutturato in sceneggiatura. La fase “propria” degli attori viene in un secondo momento.

Francesco Piccolo: Le sceneggiature non solo devono essere scritte con precisione, ma anche i personaggi devono essere perfettamente delineati. Più accuratezza c’è in fase di preparazione e più libertà hanno gli attori di improvvisare.

Si è molto avvertita l’influenza del cinema italiano, se non di Virzì stesso.
F. Archibugi: Io e Paolo non ci conosciamo certo da poco. È una vita che ci vogliamo bene e ci scambiamo sceneggiature e opinioni l’uno sul lavoro dell’altra. Siamo tra l’altro entrambi fervidi difensori della “bandiera della sala”, dei film, cioè, fatti per il pubblico che frequenta i cinema. Con tutti i pro e contro, accettando la platea per quello che è. È molto importante per noi, perché il cinema italiano viene tanto criticato ottusamente in patria, ma molto riconosciuto e premiato all’estero. È dura per tutti, dato che proveniamo dal secolo dei maestri nel campo. Ma questo non ci farà mai smettere di combattere contro i luoghi comuni e per la possibilità di nuove prove d’autore.

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