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Intervista a Franco Ricciardi: la musica come momento di libertà

 Franco Ricciardi è un cantautore Partenopeo, nato nel quartiere di Secondigliano che porta impresso sulla pelle e nel cuore. Napoletano sì, ma con una visione sempre molto extraurbana della vita e della sua arte. Ricorre quest’anno il suo trentennale di attività musicale e, sebbene da tutti Franco è conosciuto come “cantante popolare” - come lui stesso ci tiene a sottolineare – in questi tre decenni non sono mancati giri di boa e progetti ambiziosi ma ben riusciti. E’ questo il caso della fondazione dell’etichetta “Cuore Nero Project” e del richiamo di tanti giovani. Insomma un eterno ed instancabile artista che si ripresenta al suo pubblico con un nuovo album “Blu”e approfittiamo di questo lancio per parlare un po’ con lui…

Franco prima di parlare di “Blu” parliamo un po’ di te. Cosa ci dici in merito a questi primi “30 anni” di carriera?

E’ stato un bel percorso, tante soddisfazioni, vittorie e sconfitte, ma va bene tutto, quest’ultime servono forse più delle vittorie perché ti fortificano. Sono stato molto coccolato dalla mia città che ha accolto benissimo la mia musica sin dal mio primo CD. La musica deve essere un momento di sfogo, di libertà.

Qual’è stato il punto massimo di soddisfazione per te?

Sicuramente la vittoria del David di Donatello. Per me già arrivare alle nomination era una vittoria, è un premio molto prestigioso, ma poi l’emozione di vincerlo, beh non si spiega.

30 anni come quelli dall’ultimo scudetto del Napoli, anniversario che ricorreva in concomitanza con l’uscita del tuo disco. Questo evento così come il tuo quartiere quanto hanno contribuito alla tua arte?

Hanno contribuito tantissimo, sono loro la mia musa. Io sono la voce di chi non ha voce. Napoli per me è fonte di tutto, energia, idee, cuore, amore. Napoli sono io, è la mia musica.

E’ recente la polemica che un tuo collega conterraneo ha aperto in occasione dell’ultimo Festival di Sanremo: “Se un cantante è di Napoli e fa pop è automaticamente definito Neomelodico, se è di Roma no”. Che rapporto hai con la definizione di neomelodico inteso come compartimento stagno musicale di una realtà territoriale?

Bah, quella è la cosa brutta, questa definizione è stata creata e assoggettata in maniera quasi impropria. Io non ne prendo le distanze, attenzione, ma se lo riferiamo ad un genere non mi ci rivedo, io sono un “cantante popolare napoletano”, come ti dicevo poc’anzi, sono la voce di un popolo che molto spesso non ha voce.

A proposito di genere, nel 1999 succede qualcosa di eclatante nella tua arte: dopo le collaborazioni con i 99 Posse e colleghi decidi di fondare una etichetta indipendente “Cuore Nero Project” basata su un genere ibrido fra napoletano e rap. Scelta azzeccata?

Io credo che – guardando numeri e pubblico – la scelta sia stata assolutamente azzeccata. Tu lo sai come funziona adesso rispetto ai miei inizi, i social sono un ottimo termometro per conoscere il tuo pubblico, riesci a capire il target di età molto meglio di prima che lo misuravi solo durante i live, e così posso dirti che il mio pubblico è ricco di ragazzini. “Cuore nero” è una etichetta che rappresenta la libertà, la musica non può essere veicolata da case discografiche e radio.

Parliamo di “BLU”, lo hai definito come una avventura introspettiva e intimista che meritava il nome di un colore, e il blu è il colore della libertà. Che colore spetta a “Figli e Figliastri”?

Figli e Figliastri” è più bianco e nero, era il punto di partenza per arrivare a “Blu”. Tutto parte dal voler dare un colore ad un progetto, mi guardavo intorno e le cose più libere erano blu, prendi ad esempio il cielo e il mare, l’orizzonte.

E’ un album interamente cantato in napoletano, non ti spaventa il campanilismo?

Io credo che il nostro dialetto – perché anche tu sei campana come me vero? – sia una lingua, un suono. Ci sono cose che dette in napoletano arrivano più dirette, più efficaci. Per me esprimermi in napoletano è stato coraggioso, l’ho voluto fare e fatto sin dall’inizio, nonostante fossi prodotto da una major, l’Universal. Grazie alla rete, invece, sono riuscito ad arrivare oltre la mia regione.

Fra dieci anni come ti vedi, in duetto con i tuoi figli?

Entrambi i miei figli sono musicisti ma io li guardo solo da lontano. Duetto? Non lo so ma deve venire in maniera naturale. Tra dieci anni mi vedo come quello che ancora non sa cosa fare da grande.

E’ previsto un tour per “BLU”?

Sì e ci sarà un grande evento il 25 ottobre all’Alcatraz di Milano, alla faccia di ogni campanilismo (ndr: ride).

 

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