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Françoise Truffaut: Storia d’autore

“Fare un film significa migliorare la vita, sistemarla a modo proprio, significa prolungare i giochi dell’infanzia.”
Françoise Truffaut ha fatto di questa frase una sorta di assioma.
Non poteva essere altrimenti per chi sceglie di fare quasi un film all’anno, senza mai deludere. Non poteva esserci altro motto per chi ha passato un’intera carriera (e forse una vita!) a zoomare sull’età più bella, a chiedersi perché il più chiacchierato tra i sentimenti sia la sola pulsazione umana, la sola realtà, e perché sia al contempo gioia, dolore e idiozia.
6 febbraio 1932, a Parigi ha inizio un’avventura, più che una vita. Jeanine Montferrand mette alla luce un bambino che sarà riconosciuto, dopo qualche anno, dall’architetto Roland Truffaut pur non essendo questi il padre biologico.
I primi anni del piccolo Françoise sono legati alla figura della nonna materna, sarà lei a trasmettergli l’amore per la lettura e lei stessa a insegnare a leggere al nipotino.

Nonostante la forte passione per la letteratura, la carriera scolastica di Truffaut non sarà brillante. Più volte bocciato, dichiara di sentirsi inadeguato ed estraneo agli istituti frequentati.
Nel 1939 vede il suo primo film, “Paradiso Perduto” di Abel Gance. Sarà questa pellicola ad aprire la strada alla sua nuova passione: il cinema. Passione che lo allontana ancor di più dalla scuola, marinata per rifugiarsi in qualche sala cinematografica. La condotta non è delle migliori, insieme alle assenze motivo di sospensioni e lamentele. Lascia presto i banchi, ma il cammino che lo aspetta sarà pieno anch’esso di ribellione alle regole. Fugge agli obblighi di leva e sparisce alla vigilia della spedizione in Indocina.
A sedici anni fonda un cineclub, che lo condurrà, causa gestione sconsiderata, davanti ad un giudice.

Bazin sarà per Truffaut una figura decisiva. Il critico indosserà per lui i panni di padre e consigliere, di amico e di scacciaguai. Grazie a lui uscirà dal riformatorio, troverà lavoro, e grazie a lui vestirà i panni di critico pungente e pretenzioso. Ancora lui, insieme a Rossellini, testimonierà nel 1957 il matrimonio di Françoise con Madeleine Morgenstern (dalla quale avrà due figlie, Ewa e Laura, che compariranno ne “Gli Anni In Tasca”).

La carriera teorica del regista francese non passa inosservata, la sua penna riempirà le pagine di riviste influenti nel campo come Cinémonde, Combat, Elle, L’Avant-scène du Cinéma, La Gazette du cinéma, Le Monde, Le Nouvel Observateur, L’Express, Télérama, Unifrance, Arts. Ma è sui Caihers du Cinéma che imporrà maggiormente la sua voce. Sono gli anni delle Nouvelle Vague, gli anni di Godard e di Rivette, di Chabrol e di Rohmer. Gli anni della guerra fredda, dei film-documentari che devono risollevare il morale della nazione, che devono ricostruire l’identità di una Francia confusa.

Il movimento figlio di Bazin sprona ad una cinepresa usata come una stilografica, la pellicola fluirà come inchiostro e la lettura sarà non meno profonda di un poema. E se l’esercitazione scritta è il solo modo per un buon prodotto su carta, lo stesso allenamento sarà fatto per i registi della “nuova ondata”, che attribuiranno alla critica un ruolo fondamentale, scheletro del loro futuro lavoro.
Sarà Truffaut a scrivere nel 1958 il manifesto della Nouvelle Vague, e ancora lui a firmare il soggetto dell’ingresso in sala di Godard ne “A Bout Souffle”. Il cambio di strumenti è breve. Il passaggio dalla penna alla cinepresa sarà il suo esordio con “I Quattrocento Colpi” (1959), prima opera del filone francese ad essere premiata al festival di Cannes.
Dedicato alla memoria di Bazin, scomparso proprio la sera prima dell’inizio delle riprese, il film segna un cambiamento. Un cambiamento che ribolle nell’ambiente parigino da tempo.

È il primo appuntamento col quattordicenne Jean-Pierre Léaud, attore feticcio del regista francese. È il primo incontro con Antoine Doinel, le cui avventure avranno seguito nei successivi film di Ttuffaut. È quell’opera prima attesa e desiderata. È quel film che ti fa venir voglia di scoprire la prossima trama, di vedere le prossime immagini. È quella pellicola che ti fa incuriosire al regista, alla sua vita. Ti fa chiedere chi mai possa essere questo Antoine, quanto c’è di Jean-Pierre, quanto di Françoise. E quasi speri che le sue avventure possano continuare.
Il film come diario personale del regista, “I Quattrocento Colpi” risponde alla teoria del momento, piace alla critica, soddisfa in pieno gli autori dei Cahiers du Cinéma, commuove il pubblico e lancia il regista nell’olimpo dei grandi. Alla prima opera, si. Quasi lo fa per fiducia.
Una fiducia non difficile da elargire quando la poetica si presenta chiara, sincera e commovente.
[PAGEBREAK] Non si adagia su gloria alcuna Françoise e stupisce l’anno seguente con “Tirate Sul Pianista”, poliziesco in chiave incantata di timbro francese. Ma è nel ’62 con “Jules e Jim” che pubblico e critica gridano unanimi al capolavoro. “Un inno alla vita e alla morte, una dimostrazione dell’impossibilità di qualunque combinazione amorosa al di fuori della coppia”, così spiegherà l’opera il regista. E questa è la visione al contempo magica e spaventosa di un amore che non potrebbe essere altro che folle tormento. “Jules e Jim” è l’amore. È Truffaut. È la Nouvelle Vague. È lo spettatore innamorato. È chi l’amore lo cerca. È chi lo ha abbandonato. È il film che smuove l’animo senza mai esser patetico. È slancio lirico che non cala mai i toni.

Una biografia potrebbe, nonostante lo scorrere delle parole, non far comprendere in pieno lo spirito di un artista; Truffaut si presta senza clamori alla lettura visiva, interiore, forte, drammatica, ironica, seducente di un cinema che non stanca. E se ci si pone domande su un’opera sarà la successiva a dar risposta. “La Calda Amante” (1964) col suo amore da incubo risponde all’amore-che-null’altro-potrebbe-essere di “Jules e Jim”.

“Fahrenheit 451″ (1966) col suo fantafuturo ci allontana dalla visuale a cui ci aveva abituato, ma in “Baci Rubati” (1968) ritorna Antoine Doinel e Truffaut ci diverte. Avrà avuto, però, tono meno simpatico la scoperta avvenuta durante le riprese del film, quando assegna allo stesso investigatore privato il compito di individuare il suo padre biologico. Si scopre, così, figlio di un dentista ebreo di Belfort, ma si allontana ben presto dall’idea di avere un contatto con l’uomo, onde evitare problemi e malintesi col padre legale. Storie di vita privata si intrecciano agli eventi della carriera, come in una trama da maxischermo.

Se poi si cala nei panni di allievo, ci mostra un’umanità che rende i grandi ancora più grandi. Le pellicole successive saranno un richiamo a maestri attuali e storici. “La Sposa In Nero” (1968) ricorda Hitchcock, “Il Ragazzo Selvaggio” sembra un ringraziamento ai filosofi francesi, padri spirituali di una nazione tanto legata al proprio passato. Sarà la pellicola che vedrà Truffaut nel ruolo di pedagogo alle prese con un esperimento umano. Ancora tanta autobiografia, non fosse altro che per il voler adempiere ai propri gusti, alle proprie passioni. Autobiografia che vien fuori perché regista e film non possono essere elementi distinti. Il regista prende mille forme nei mille film, ma è lo spettacolo a riprodursi secondo la visione dell’autore.

“La Mia Droga Si Chiama Julie” (1969) presenta forse il lato più drammaticamente vero del nobile sentimento, quello che ti fa rinunciare a quel che sei. Ma sarà dovuta alla stanchezza del reinventarsi la strana sensazione di forzato umorismo che si respira in “Non drammatizziamo…è solo questione di corna!” (1970).

Ancora un triangolo amoroso per “Le Due Inglesi” (1971) che poco si presta al consenso del pubblico (nonostante la riduzione dei tempi effettuata dallo stesso regista e la censura italiana di una scena non ritenuta adatta) e a quello della critica. Sarà stato catturato dalla scrittura del film Truffaut, più che dalla sua messinscena. E poi ci fa incontrare una donna furba, astuta, di quelle che non si sperano di incontrare, ma che poi non si ha il coraggio di lasciare andar via in “Mica Scema La Ragazza!” (1972). E stupisce, per il suo modo di raccontare un universo al quale non appartiene. E se si cerca un motivo lo si può trovare solo nel cordone che lega il regista alle proprie passioni, ad età, persone, argomenti che metabolizza per via di una forza pungente, terribile, di quelle che se ti abbracciano ti tolgono il fiato, ma ci stai tanto bene perché quell’aria che ti dona ti sembra più urgente del tuo stesso fiato.

Pirandelliano in “Effetto Notte” (1973), che gli regala un Oscar e tre nomination, intimista in “Adele H., Una Storia D’Amore” (1975), di nuovo un tuffo nell’infanzia con “Gli Anni In Tasca” (1976), autobiografico nella storia tragicomica de “L’Uomo Che Amava Le Donne” (1977), tristemente nostalgico in “La Camera Verde” (1978), sperimentalista in “L’Amore Fugge” (1979), teatrante in “L’Ultimo Metrò” (1980), Truffaut dimostra di essere uno, cento, mille personaggi. Dimostra di essere personaggio, prima che regista. Dimostra una sensibilità camaleontica che tanto mancherà al cinema internazionale dopo di lui. In “La Signora Della Porta Accanto” (1981), col chiedersi la validità di un punto di vista esterno alla coppia, fa comprendere l’impossibilità dell’obiettività. Ne scaturisce la bellezza del sentimento.

“Vi racchiuderò in un universo e voi ci crederete!” questo l’ultimo intento di un regista che si propone a inizio anni Ottanta ad un pubblico già assuefatto alla televisione, agli spettacoli del sabato sera. In “Finalmente domenica!” (1983) disegna un ruolo di impavida protagonista ad una Fanny Ardant, sposata due anni prima, che porta in grembo la sua terzogenita (Josephine). Ancora una donna, perché “le donne conducono la trama con più leggerezza degli uomini”. Si chiude così una carriera onorata e onorabile. Facile per chi ricorda Truffaut come uno dei pochi artisti economicamente indipendenti, con alle spalle, per ogni film, una propria casa di produzione, “Les Films du Carrosse”, fondata coi primi guadagni.

Complessa se si pensa ad una carriera parallela ad una vita. Se si pensa che la difficoltà va cercata nel coraggio di rendersi leggibile attraverso un’opera cinematografica che giunge allo stesso modo al gran pubblico come al più acuto dei critici.
A soli 52 anni, la domenica del 21 ottobre del 1984, nell’ospedale di Neully, termina l’avventura di Truffaut, stroncata da un tumore al cervello.

Voleva ancora stupirci, voleva ricominciare. Quando tutti credevano terminate le avventure di Antoine, lui aveva già pronta la sceneggiatura di “Le Journal D’Alphonse”, diario del figlio di Doinel alle prese con l’adolescenza e i primi amori. Saremmo stati tutti curiosi di vedere come si sarebbe comportata quest’altra generazione, come Truffaut l’avrebbe vista, quali le differenze con la precedente.
Ha detto di sé “Non sono certo un innovatore”. Ed è stata l’unica bugia che ci ha raccontato.

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