Home > Recensioni > Frankenstein

Correlati

Un neonato in un corpo adulto e perfetto: così viene mostrato Adam (Xavier Samuel), creato dal Dr. Viktor Frankenstein (Danny Huston) e dalla moglie Elisabeth (Carrie-Anne Moss), che lo accudisce come una madre. I due l’hanno creato usando una bio-stampante 3D, ma qualcosa non ha funzionato e il corpo perfetto ha iniziato a deteriorarsi e coprirsi di tumori. Viktor, dunque, decide di sopprimere la sua Creatura, ma Adam riesce a fuggire dal laboratorio e comincia a vagare per un mondo sconosciuto e crudele.

Bernard Rose, regista dell’horror di culto “Candyman – Terrore dietro lo specchio” (1992) e “Amata immortale” (1994), prova a coniugare la sua passione per l’orrore e l’interesse più intimista nel suo Frankenstein” (o “FRANKƐN5TƐ1N”), adattamento in chiave moderna del capolavoro senza tempo di Mary Shelley.

Questa volta è il Mostro stesso, attraverso pensieri e riflessioni, a narrare una storia che, non senza ambizione, si propone di essere una metafora dell’emarginazione.

In realtà, non è la prima volta che Rose sceglie di inserire un sottotesto sociale nell’adattare una storia dell’orrore: l’aveva già fatto in “Candyman”, trasformando il personaggio del racconto originale di Clive Barker in un afroamericano, figlio di uno schiavo, e spostando la vicenda nel quartiere ghetto Cabrini-Green, in una riflessione sulla segregazione razziale di rara potenza.

Purtroppo, nel caso di “Frankenstein”, non è bastato introdurre riferimenti a tecnologie a noi familiari e ambientare la vicenda nelle degradate strade di Los Angeles, tra poliziotti corrotti e prostitute, per riuscire a dire qualcosa di rilevante sulla società odierna. 

Rose, nel raccontare questa storia di violenza che genera violenza, non sembra avere idea di come dare profondità narrativa al contesto o tridimensionalità ai personaggi. Così, finisce per proporre varianti dei cliché delle trasposizioni precedenti (come l’incontro con la bambina o con il vecchio cieco, trasformato in un senzatetto e interpretato da un Tony Todd in gran spolvero) o nuove situazioni che vanno dall’improbabile al ridicolo.

Il problema più grosso è chiaramente di scrittura, ma il tutto è appesantito dall’ingombrante voce fuori campo, dal ritmo dilatato e dall’estetica fortemente anni ’90. Si salvano da questo disastro le scene più cruente, poche ma ben realizzate e contraddistinte da un apprezzabile gusto per il gore.

Ammetto che possa fare tenerezza veder uscire in sala un nuovo horror a basso costo con Tony Todd del nostro amico d’infanzia Bernard Rose (soprattutto in un periodo in cui si vedono pochi horror indipendenti nei nostri cinema), ma il tempo passa per tutti, il Cabrini-Green è stato demolito e forse Rose non ha nient’altro da dirci.

Pro

Contro

Scroll To Top