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Il vero coraggioso si mette i pollici in culo

Bisogna dare atto ai Fratelli Calafuria che il loro esordio spiazza non poco, ed è cosa abbastanza rara se si fa riferimento a un ambito para-mainstream che è toccato solo raramente da intenti sperimentali. Quest’ambito il trio milanese lo vuole scassinare col piede di porco, rivolgendo nel contempo un simpatico dito medio alla seriosità delle nicchie “pesanti”. E l’intrusione si può dire riuscita, visto che la band ha già goduto dell’airplay all’interno della trasmissione radiofonica più amata dagli italiani.
Merita un plauso il tentativo di far assaggiare al grande pubblico un suono rock nervoso e metallizzato grazie a un’abbondante glassa costituita da melodie vocali di stampo pop e da testi intelligentemente ironici; potrebbe essere più arduo il tentativo di “rubare voti a sinistra”, visto che gli ascoltatori delle nicchie sopra citate sono in possesso di tutti gli strumenti atti a smontare la proposta dei Fratelli Calafuria.
Musicalmente strizzano l’occhio ai Queens Of The Stone Age, si concedono appesantimenti post-thrash, flirtano con il punk-funk di oggi e di ieri; le storielle nonsense (che a volte rasentano la genialità, come in “Amico Di Plastica” o “Le Cicatrici”) sono espresse attraverso un lessico che trova precedenti tanto nei Uochi Toki quanto negli Amari. Ma i veri punti di riferimento, i creatori di un modello che i nostri reinterpretano, sono i Faith No More e quel burlone di Mike Patton. Con la differenza che lui non ha mai avuto bisogno di dire esplicitamente in ogni brano “Guardatemi, sono matto”. Ed è questo ciò che fa il dotato cantante Andrea Volontè ogniqualvolta gli si presenta l’occasione, in modo abbastanza irritante.
Forse dovremmo reagire dicendo “Wow, paiura”, ma non abbocchiamo. Nonostante questi dettagli il disco cresce con gli ascolti, è intelligente più che folle, diverte ed è a suo modo necessario; visto che si tratta di un esordio, poi, gli si può tranquillamente accordare un giudizio arrotondato per eccesso. Nella prossima merendina vorremmo più follia e meno cioccolato, se possibile.

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