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The Invasion is over and we cannot Turn Back

Toccato l’apice compositivo con “Crystal Empire”, ai Freedom Call tocca una lenta discesa nell’anonimato alla ricerca delle indispensabili variazioni su di un tema che non trova la sua ragion d’essere al di fuori dell’eccesso a cui si à spinto finora. Bay e Zimmermann intessono per la terza volta una trama fantastica su di un concept che si aggira tra mondi fatati, gloriosi guerrieri, lande ghiacciate e indistruttibili imperi, ma questa volta la grandiosa pomposità lascia (parte del suo) spazio a melodie più scarne e spiccatamente happy, a ricordare ancora più che in passato gli Helloween degli anni d’oro (“Warriors”, “The Eyes Of The World” et al.), oppure a tastiere pacchianamente ottantiane, quasi a voler scimmiottare i paninari per eccelleza (“Land Of The Light”), o infine a inascoltabili ballad che non hanno altro effetto oltre a quello di appiattire ogni velleità compositiva che provi a fare capolino tra i solchi di “Eternity”.
D’altro canto, fin dall’immagine di copertina, si fa spazio anche un lato oscuro nelle tematiche di questo nuovo episodio, rappresentato al meglio dall’inusuale “Ages Of Power”, capace di ospitare, tra una filastrocca e l’altra, anche atmosfere cupe e persino qualche growl. L’intento evolutivo, seppur relativamente limitato al minimo indispensabile, non si può dunque negare. Inevitabilmente, verrebbe da dire considerando gli eccessi a cui ci avevano abituati, qualsiasi passo compiuto dai Freedom Call non è altro che un allontanamento dal perfetto equilibrio precedentemente raggiunto. Fatto sta che “Eternity” segna il ritorno nei ranghi power metal più convenzionale, in questo periodo storico in forte regressione. Da qui al dimenticatoio il passo è breve.

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