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I Freedom Call dal vivo perdono l’anima

È giunta l’ora del disco dal vivo anche per i Freedom Call. Un doppio album non può che suscitare qualche dubbio, alla luce dei soli tre album in studio pubblicati finora dai power metaller tedeschi, ma in effetti abbiamo soltanto un disco con ben 13 pezzi dal vivo, mentre il secondo CD contiene l’EP “Taragon”, precedentemente edito soltanto in Francia e Giappone.
I pezzi per riempire il minutaggio ci sono quindi tutti, anche se la formula Live EP non sembra tra le più convincenti, se non per i completisti della band, mentre quello che difetta è la potenza tipica del combo tedesco, completamente dispersa nel passaggio da studio a palco. Le composizioni vengono liberate da quell’aura bombastica e pomposa che le rende a tratti eccessive e si riducono a pezzi piuttosto spogli, sicuramente non evocativi quanto gli originali e quindi privi del proprio cuore pulsante. Non siamo più di fronte a inni in grado di resuscitare anche i morti dalle tombe al grido “Rise Up To Heaven!”, ma a composizioni poco originali, soltanto plancton nell’oceano del metallo classico. Più che su questa registrazione (Philipshalle – Dusseldorf, Gemany), i forti dubbi sorgono sull’opportunità della riproposizione dal vivo di tale proposta, che può avere un senso soltanto sull’onda degli eccessi che non è ora in grado di riproporre. Con un pizzico di ironia, per la prossima occasione consigliamo una buona orchestra di accompagnamento o un sano playback in stile Festivalbar.
L’EP di accompagnamento, oltre che come riempitivo per giustificare la pubblicazione di un album dal vivo, suona come la solita minestra riscaldata a metà. Se su 7 tracce a salvarsene sono soltanto un paio, non ci si può certo ringraziare la band per aver finalmente reso disponibile queste canzoni introvabili. Per gli interessati, stiamo parlando in particolare della traccia di apertura “Warriors Of Light”, una di quelle cartoon metal song da standing ovation che soltanto i Freedom Call sanno formalizzare con tale perfezione. Per il resto, non si può di certo chiudere un occhio sulla pessima reinterpretazione di “Dr. Stein”, terza cover del disco: a volte è più saggio restare al proprio posto, Icaro insegna.

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