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Frightfest All-Nighter 2007: English Horror

Il Frightfest di Londra è senza ombra di dubbio il più importante festival horror inglese.
L’evento principale è la quattro giorni di fine agosto, piena di anteprime e illustri ospiti speciali, ma va avanti da qualche anno anche l’assaggio di Halloween, esclusiva maratona notturna di cinque film tra gustose anteprime e spettacolari riscoperte, dalle 21 alle 7 del mattino nella piccola sala 2 dell’ICA (Institute of Contemporary Arts).
A questa si è avuto l’onore di presenziare. Graditissimo ospite in sala George A. Romero, leggenda vivente e campione di umiltà, il cui “Diary Of The Dead” ha dato inizio all’intrigante non stop.

“Diary Of The Dead” di George A. Romero
La prima pellicola in programma era l’anteprima del quinto capitolo dei morti viventi del grande George. Dopo il recente quarto episodio (“La Terra Dei Morti Viventi”), finanziato da Universal e bello come non si poteva sperare, sorprende un po’ la decisione di rinunciare al credito riguadagnato per buttarsi su una produzione cheap e indipendente. Ma a sentire lui troppo budget corrisponde a troppo stress.
La trama: studenti di cinema vengono sorpresi dal virus resuscita-morti mentre girano un horror di serie B, e ne approfittano per documentare la loro fuga a beneficio dei posteri. Quello che vediamo, nell’imperante stile “Blair Witch Project”, è un montaggio del loro girato.
È di Romero che stiamo parlando: se decide di utilizzare un canovaccio simile non è per spettacolo gratuito, ma è funzionale al messaggio che vuole trasmettere. E da vecchia volpe il nostro conosce bene i limiti della materia, e introduce sufficienti accorgimenti per non impantanarsi in cali di ritmo e scene inconcludenti, evitando saggiamente che la forma prevalga sulla sostanza.
“Diary Of The Dead” è quindi di nuovo un film con classe da vendere. Nel mirino stavolta sono il ruolo dei media nella società di oggi, l’avvento del citizen journalism, la concorrenza tra le fonti ufficiali e quelle non ufficiali. E ovviamente le sue conseguenze più morbose, l’esteso voyeurismo, la sensazione che «se non accade davanti a una telecamera non è mai accaduto». Nel mezzo: ironiche frecciatine ai nuovi zombie veloci post-Boyle, una magistrale resa, assai inquietante, delle location, anche le più apparentemente anonime, e l’occasionale zampata splatter strappa applausi.
Rimane qualche problema che, pur non inficiando il giudizio finale, inquadra questo “Diary” come episodio più debole della serie: uno, veniale, è che i personaggi rimangono piuttosto abbozzati e superficiali (e sia detto, non pare una novità); l’altro è che per la prima volta le riflessioni sono un po’ troppo didascaliche, spesso declamate ad alta voce dal narratore fuori campo, con inevitabile perdita di efficacia. L’istinto è comunque quello di approfittare della sua presenza in sala, quanto meno per stringergli la mano.

“Planet Terror” di Robert Rodriguez
Unico titolo già uscito anche in Italia, approfondire non serve. Forse perfino più demenziale di quello che vorrebbe essere, ma indubbiamente divertente, e con un’incredibile carrellata di personaggi memorabili.
[PAGEBREAK] “Savage Streets” di Danny Steinmann
Dopo l’omaggio di “Planet Terror”, un sano assaggio di grindhouse genuina al 100%, e uno degli ultimi capolavori del genere (è del 1984).
Non manca proprio niente: lo specchio dei tempi affidato a guardaroba impresentabili già due anni dopo, la colonna sonora synth-pop-rock, critica alla società da rotocalco scadente, morale di estrema destra, personaggi che definire manichei è un complimento, recitazione esagitata da teatrino, clichè srotolati seguendo il manuale con precisione certosina, battutacce improbabili ed esilaranti tipo – tipo un notevole “Go fuck an iceberg”.
Il classico film dove il concetto di “gratuito” non è soltanto abbracciato ma elevato ad arte.
Dove sai che le comparse femminili non hanno mai le tette grosse per caso, dove ci propongono una canzone brutta come sottofondo di un lento carrello su Linda Blair che fa il bagno nuda con la faccia intensa e pensierosa – come se dovessimo tutti concentrarci sulla faccia intensa e pensierosa!
Linda Blair, poi… dopo “L’Esorcista” è stato il tracollo nella serie B più sleazy, culminato nell’86 con un Razzie onorario alla “Peggior carriera”. Qui è praticamente la versione femmile di Charles Bronson: ragazza ribelle (risponde male al preside e gli fuma in faccia!) presa di mira da una gang di ‘maschiacci’ violenti che le stuprano la sorella innocente e sordomuta (la scream queen Linnea Quigley) e le uccidono l’amica incinta. La polizia ha le mani legate – non che qualcuno provi a interpellarla o ad argomentare questa dichiarazione – e quindi tocca a Linda armarsi di balestra e trappole per orsi e farsi giustizia da sola.
Scene memorabili a profusione, per quello che risulta essere un vero gioiellino: in sala, risate e applausi ogni 5 minuti.

“Frontier(s)” di Xavier Gens
Oggetto a suo modo divertente, in quanto trattasi con tutta probabilità del primo, clamoroso horror “no global” della storia.
Durante la guerriglia causata dalle manifestazioni parigine, una piccola gang ne approfitta per mettere a segno qualche colpo, sfuggire drammaticamente alla polizia e tentare la fuga all’estero. Ma proprio sul confine si ferma nell’ostello sbagliato, gestito da una malsana famiglia di cannibali nazisti tra cui un enorme Samuel Le Bihan in versione Incredibile Hulk (muscoli, spalle curve, grugniti).
Da qui, dopo un inizio che sembra “L’Odio” rigirato da Luc Besson, la faccenda diventa uno scopiazzamento continuo tra “Hostel”, “Non Aprite Quella Porta” e pure “The Descent”, in cui ci viene chiesto di tifare senza riserve per gli spocchiosi teppistelli e soprattutto di credere a un patriarca nazi che parla francese (che non rende per nulla) ed è disposto a sporcare la sua discendenza ariana con una mezzosangue algerina.
Ma se si è disposti a lasciar correre una sceneggiatura decisamente debole, ci si trova davanti a un’operetta girata indubbiamente bene, che accumula progressivamente violenza su violenza fino a lasciare stremati ma tutto sommato gratificati.
Peccato per la sfacciata mancanza di fantasia, e per l’eccessiva drammaticità, tipicamente francese, che sfida continuamente il ridicolo involontario.
Il regista Xavier Gens è quello del recente, massacratissimo “Hitman”.

“Inside” di Alexandre Bustillo e Julien Maury
Vera rivelazione della serata, un film così malato proveniente da un paese che non si trova nell’estremo Oriente non lo si vedeva da tempo.
Trama: ragazza al nono mese, fresca vedova, viene assalita in casa nottetempo da Beatrice Dalle (chi si rivede!) armata di forbici e intenzionata a strapparle letteralmente il bambino dal grembo.
E se l’incipit pare quello di un thriller psicologico d’atmosfera, con il proseguire dei minuti il film diventa di colpo una battaglia senza esclusione di colpi in cui non ci viene risparmiato assolutamente nulla: immaginatevi il finale di “Audition” lungo ottanta minuti, una lunga, ininterrotta serie di insostenibili violenze e torture, con tanto di quel sangue che a confronto la serie di “Saw” sembra “La Signora In Giallo”.
Anche qui in certi passaggi si sfiora il ridicolo, ma si perdona tutto nel nome del grande spettacolo e soprattutto di una performance terrificante da parte della citata Dalle.
I nomi dei registi/sceneggiatori Alexandre Bustillo e Julien Maury stavolta sono da annotare, anche se per ora Hollywood non ha saputo offrire loro di meglio che il remake di “Hellraiser”. Cult immediato.

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