Home > Rubriche > Ritratti > Frustation rock!

Frustation rock!

Nel 2005 a Detroit nascono i Tyvek, piccolo e sferragliante marchingegno sonoro a quattro teste (recentemente divenute cinque). Prendono il nome da un particolare materiale protettivo formato da fibre di poliestere usato per fabbricare tute, guanti e via dicendo (tra l’altro sembra che l’azienda produttrice li abbia recentemente costretti a cambiar nome e loro non pare abbiano ben deciso quale adottare).

La formula che li sta da un anno a questa parte imponendo all’attenzione degli intenditori è semplice: a differenza dei concittadini Dirtbombs, che schierano nel gruppo due bassi ed addirittura due batterie, i Tyvek denaturano la sezione ritmica, o meglio la prosciugano, la riducono all’essenziale togliendo il basso e riducendo la batteria ad un timpano e rullante più piatto.
Ne risulta un mosaico chitarristico che sopperisce alla mancanza di potenza con geometrie ipnotiche e sorprendenti, senza mai perdere una certa orecchiabilità di fondo; i ragazzi sanno portar avanti con merito la loro idea di partenza senza mai cadere nell’artificiosità e rimanendo sempre legati ad una genuinità (a momenti forse troppa) che sa tanto di fatto in casa, anzi in garage.

La discografia è ancora relativamente breve e, nonostante i giovani siano eccezionalmente gettonati nel panorama, manca ancora un LP che ce li faccia apprezzare su lunga durata. Centriamo perciò l’attenzione sul loro primo sette pollici, uscito su X! Records, ottima label indipendente anch’essa del Michigan: “Mary Ellen Claims/Honda”.
Le due canzoni del disco sono la prima uscita del gruppo in assoluto per un’etichetta (si parla del 2006) e sono il loro primo piccolo capolavoro. Risalta subito all’orecchio la mancanza di una tradizionale impalcatura ritmica (più che da base, la batteria funge da semplice accompagnamento agli altri strumenti), affidata all’agilità delle chitarre sovrapposte in vari strati a comporre un rivolo sonoro di sicuro effetto: sperimentazione e gusto per una certa musicalità, sentire il cantato di “Honda” per credere. Il fuzz sulla linea principale di chitarra è ben controllato, l’effetto lo-fi è in dose contenuta, il risultato è un gioiellino, dimostrazione di come sia possibile raggiungere armonia anche nel rumore e precisione nella confusione. Paradossi sì, ma di classe.

Scroll To Top