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La lavorazione di “Fuocoammare“, il nuovo documentario di Gianfranco Rosi (Leone d’Oro a Venezia 2013 con “Sacro GRA”) presentato in concorso proprio in questi giorni alla Berlinale, è stata piuttosto lunga: un anno e mezzo fa davamo notizia dell’inizio delle riprese, e il titolo provvisorio del film era allora “Mare Nostrum”. Sì, perché “Fuocoammare” è ambientato a Lampedusa, la piccola isola italiana che negli ultimi anni è stata terreno di sbarco, e spesso di morte, per migliaia di migranti.

“Fuocoammare” nasce, allo stesso modo del precedente “Sacro GRA”, come un progetto su commissione: Rosi avrebbe dovuto girare un cortometraggio ma, giunto sull’isola per i primi sopralluoghi, ha subito «percepito l’impossibilità di condensare in pochi minuti un universo così complesso come quello di Lampedusa».

Il film finito dura oggi 108 minuti ma l’impressione è quella di una raccolta di appunti a cui manca organicità, troppo preoccupata di rappresentare Lampedusa come «il confine più simbolico d’Europa» a scapito di ciò che dovrebbe essere la funzione del cinema documentario: rendere visibile.

Il metodo di Rosi segue così il percorso già tracciato con “Sacro GRA” (ma distante, sotto molti aspetti, da quello dei lavori precedenti, come “Below Sea Level”): cercare nella realtà personaggi (mai persone) o immagini che abbiano valore di figura retorica, un valore esemplare in senso dimostrativo.

Ci viene quindi mostrata la visita oculistica del dodicenne Samuele, uno dei protagonisti, perché l’occhio pigro del bambino deve farsi metafora della nostra incapacità di vedere l’inferno che si consuma nelle acque intorno a Lampedusa; per lo stesso motivo, osserviamo Samuele e un suo amico mentre cercano di tenere insieme col nastro adesivo delle piante fatte a pezzi a colpi di fionda e petardi, perché il goffo tentativo dei bambini deve farsi metafora del nostro affannarci a tamponare malamente, senza prendercene la responsabilità, le tragedie umanitarie.

In questo modo però l’immagine cinematografica soffoca, perché le viene tolta la facoltà di parlare per se stessa, di portare alla luce i meccanismi che generano certe azioni o non-azioni. Il problema, allora, non è cosa o quanto sia giusto mostrare (i feriti, i morti, la disperazione e le lacrime), ma perché. E l’unico concetto che sembra passare da “Fuocoammare” è quello espresso sinteticamente da Rosi già nelle note di regia: «i migranti a Lampedusa non si percepiscono, sono come fantasmi di passaggio». Non c’è altro, nel film, a parte l’osservazione del paesaggio umano e naturale. Non uno sguardo analitico, non un’azione cinematografica verso i soggetti delle inquadrature, non un’immagine capace di mettere in discussione, di agire materialmente sulla realtà attraverso la macchina da presa (e si può fare, ci viene in mente il cinema di Sylvain George), di svelare qualcosa che non sappiamo già, o che possiamo ipotizzare semplicemente guardando il trailer.

In più, nel film i migranti non hanno facoltà di parola né di auto-rappresentazione, se escludiamo un pezzo cantato in inglese che ci fornisce alcuni basilari elementi di contestualizzazione («Non potevamo restare in Nigeria / Molti morivano […] Siamo scappati in Libia […] / Nel viaggio verso il mare, sono morti tanti passeggeri)». A Lampedusa i migranti sono «fantasmi», dice Rosi. La sua macchina da presa si limita a prenderne atto.

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