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Fuori da ogni cliché

Qui. L’universo è stato qui.

Alle 22.30 l’Alcatraz di Milano si era riempito di fedeli, affezionati e curiosi. Un semi-pieno di intimi che fa sentire calore e che cavalca un’aspettativa durata due anni. La proiezione di “Dovunque, Adesso” inizia ad addensare le persone vicino al palco, ed insieme alle forti immagini è possibile cogliere accenni della nuova musica.

Ai titoli di coda del film arriva “E.B.O.W.S.” e i volumi degli amplificatori fanno capire che le danze stanno per cominciare. L’inizio dimostra già che non si sta seguendo alcun copione: “Photograph?”, uno dei brani più slow-paced e visionari di “Tredicipose”, è l’apertura non convenzionale. Invece della classica deflagrazione che trova facile appoggio sull’entusiasmo del pubblico per l’entrata in scena e la fine delle attese, si vive l’immersione dentro suoni dilatati; l’impressione è che i Deasonika vogliano disattendere ogni prevedibilità.

Ed è quello che fanno proseguendo con brani come “Instabile”, perché nonostante ci sia lo spazio per respirare dentro ritmi tormentati ma non ancora frenetici, il dinamismo si sente, e le chitarre sembrano infuocate d’ispirazione. Massimiliano Zanotti conferma dal vivo la sua ammirevole estensione vocale, la tenuta della nota, l’abrasività del suo mood più aggressivo, e la naturalezza con cui gioca con la sua versatilità di registri ed altezze.

Il leitmotiv non è solo presentare tutto “Tredicipose”, rinunciando purtroppo a molti classici dei primi due capitoli, ma è anche scandire le particolarità di ogni singola interpretazione, chiamando periodicamente sul palco un ospite. Per “Thank You” sale Gianluca Morelli con il suo timbro inconfondibile. Per la delicatezza di “Non Dimentico Più” è richiesto il tocco sui tasti di Marco Trentacoste.

Gli ospiti arricchiscono il senso di mutua vicinanza tra realtà musicali che si rispettano a vicenda, ma i soli Deasonika sulla scena sanno certamente restituire integra la magia e la completezza della loro musica. “Teardrop” è una cover sempre gradita nella veste così esclusiva e raffinata elaborata dai cinque musicisti, ed il duo “La Stanza Brucia” e “Trasparente” apre alla meraviglia delle loro parole e delle atmosfere, ed all’attenzione per la piacevolezza dei dettagli delle chitarre e degli arrangiamenti.

“Viole” fa esplodere la bellezza del suo immediato incedere, carico di aspettativa ricompensata dall’ariosità delle atmosfere che si rarefanno nel crescendo ritmico finale. Ecco la vittoria sulla scommessa iniziale: la potenziale apripista viene inserita nel cuore del concerto, ed i Deasonika riescono a decidere quando è il momento di infiammare il pubblico e quando catturarlo dentro le loro visioni introspettive.

“Song X” trascina in modo convincente dentro le sue torbide profondità, “Kurt Cobain” strattona con le sue spigolosità lasciando i segni del suo passaggio. Riesce bene anche l’istrionica “Gregorian”, mentre qualche problema acustico rovina un po’ la magia intimistica di “Le Rebelle” nel finale, la cui esecuzione sembra comunque ottima.

Succede, talvolta, che si cresca con l’attenzione ai piccoli dettagli. E che la differenza sia enorme. I Deasonika, celebri prima di tutto per la loro attenzione all’estetica ed allo stile, oggi hanno vissuto il palco comunicando pienamente col pubblico, senza flessione alcuna in questo scambio. Tanto da sorprendere per la velocità in cui tutto finisce, perché novanta minuti difficilmente scorrono così in fretta come stasera.

I volti delle persone erano spesso meravigliati di riuscire ad entrare in un composito ma affascinato stupore. Un paesaggio sonoro dalla complessa assimilabilità, ma che si pregia di immediatezza. Bellezza che si riconosce, e resta dentro insieme alla voglia di riviverla o ripercorrerla, senza stancarsi.

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