Home > Rubriche > Ritratti > Gabriele Salvatores: Sperimentatore instancabile

Gabriele Salvatores: Sperimentatore instancabile

Gabriele Salvatores nasce nel 1950 a Napoli, ma si trasferisce a Milano non ancora adolescente; dopo il diploma al Liceo Beccaria si iscrive all’Accademia del Piccolo Teatro, dove ha inizio la sua formazione teatrale.
Nel 1972 fonda il Teatro dell’Elfo, una realtà del tutto innovativa nello scenario teatrale milanese, all’insegna della contaminazione di generi e della sperimentazione continua.
Proprio da un lavoro teatrale nasce la sua prima regia cinematografica “Sogno Di Una Notte D’Estate”, opera ancora immatura, ma che già rivela lo spirito curioso e ricercatore dell’autore.

Quattro anni dopo esce “Kamikazen – Ultima Notte A Milano”, pellicola interpretata da sei comici che andranno a formare l’embrione di quel composito gruppo di attori-amici sempre presenti nella successiva produzione del regista.
Gabriele Salvatores ha ormai ben chiaro il percorso che intende seguire: accostatosi per pura curiosità intellettuale al mondo del cinema, ne subisce il fascino e ne impara tecniche e linguaggi, scegliendolo infine come mestiere; si allontana quindi inevitabilmente dall’attività teatrale, realizzando nel 1989 la sua ultima regia all’Elfo.

E il 1989 segna l’inizio di un periodo particolarmente felice per il regista campano che, con una serie di pellicole di notevole successo, comincia a delineare un genere ben preciso e un’impronta stilistica riconoscibile e autoriale.
Nasce la tetralogia della fuga, composta dai film “Marrakech Express”, “Turnè”, “Mediterraneo”, “Puerto Escondido”, commedie di velata denuncia sociale, improntate sul tema del viaggio, o meglio della fuga forzata da una realtà incompresa, inevitabile e illusoria.
Dopo il successo di “Mediterraneo”, premio Oscar nel 1992, e lo scarso risultato ottenuto dalle due successive pellicole, “Puerto Escondido” e “Sud”, Salvatores decide di rinnovare radicalmente i temi e lo stile finora adottati, e si tuffa nella sperimentazione a 360 gradi.
Un progetto ambizioso che lo vede alle prese con generi finora mai saggiati e poco affini alla tradizione del cinema italiano, come la fantascienza immaginifica, ma un po’ casereccia di “Nirvana”, o il surrealismo caotico e poco convincente di “Denti” e “Amnesia”: tre opere senza dubbio innovative e coraggiose, ma prive di quel quid, di quell’elemento alchemico in grado di sancirne il pieno successo.

Solo nel 2003 Salvatores raggiunge la sua completa maturazione con il film “Io Non Ho Paura”, un’opera fuori dagli schemi, in bilico tra thriller e favola; la sperimentazione tecnica e stilistica dell’autore continua con il successivo “Quo Vadis, Baby?”, giallo sui generis girato interamente in digitale, dalle ambientazioni sofisticate e noir.
Ultimo sforzo del regista è infine l’adattamento cinematografico del romanzo di Niccolò Ammaniti “Come Dio Comanda”.

Scroll To Top