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Gazpacho

Il morituro tempio meneghino del rock ospita questa sera i Gazpacho, giovane e poliedrica formazione norvegese dedita ad un rock progressivo dal taglio vagamente borderline, in virtù di un sound in cui gli stilemi del prog classico si coniugano positivamente con aspetti neanche troppo velatamente alternative. Un mix decisamente interessante, che conferisce un taglio dal sapore ambient alle rarefatte atmosfere su cui si basano le composizioni della band. Un po’ come se i Marillion degli ultimi album suonassero alla Radiohead o alla Mercury Rev.

La serata viene inaugurata dai nostrani The Watch, veterani della scena neoprogressive italiana e senza dubbio grandissimi estimatori dei Genesis del periodo Gabriel. Per mezz’ora o poco più la band intrattiene un Rolling Stone semi-deserto con un set suonato magnificamente, ma forse un po’ latitante dal punto di vista della vivacità.

Arriva finalmente il turno degli attesi headliner, attualmente in tour per promuovere la recentissima uscita di “Tick Tock”, il loro nuovo disco che, come il precedente “Night”, si presenta sotto forma di concept-album.

Tutta la prima parte del set viene così dedicata a “Tick Tock”, presentato quasi per intero: “Desert Flight” presenta qualche punto di contatto con i Muse più progressivi, mentre sono i 13 minuti “The Walk” e gli oltre 20 della title-track che ci portano nel cuore del concept e conferiscono spessore alla performance della band. Davvero notevole.

“When Earth Lets Go” dall’omonimo album del 2004 ci riporta indietro ad un tempo in cui il gruppo preferiva esprimersi per singoli brani, e funge fondamentalmente da spartiacque tra i due concept che caratterizzano il repertorio dei Gazpacho. Se era doveroso aprire con l’ultimo parto, assolutamente d’obbligo diventa proporre quel “Night” che tanto bene aveva impressionato la critica un paio di anni fa.

Seconda parte di show dedicata quindi al disco del 2007, con particolare menzione per “Chequered Light Building” e per il magnifico finale di “Massive Illusion”. Un’ora e mezza è volata via, e per il Rolling Stone è ora di chiudere i battenti (purtroppo, non solo in senso figurato). Niente bis, dunque, e chiusura di serata dedicata al rituale degli autografi.

Musicalmente parlando i norvegesi stanno mostrando un continuo progresso ed una notevole maturazione, soprattutto in termini di song-writing. Certo, spesso il paragone con i Marillion non è del tutto fuori luogo, soprattutto per le affinità elettive che indubbiamente sussistono tra la voce del front-man Jan Henrik Ohme ed il miglior Steve Hogarth. In ogni caso siamo in presenza di una bella realtà nord-europea, che auspichiamo di vedere presto calcare nuovamente i nostri palchi.

Tick Tock
Desert Flight
The Walk
When Earth Lets Go
Dream Of Stone
Chequered Light Buildings
Upside Down
Massive Illusion

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