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Gemme grezze

Il primo a salire, in consistente ritardo, sul minuscolo palco-cubicolo del Magnolia è l’unico componente superstite della band alessandrina Green Like July, ridotta ai minimi termini e costretta a un’improvvisata session solista acustica per l’inaspettata malattia del batterista. Il risultato è un pugno di ballad composte senza infamia e cantate senza lode con più di un debito verso Conor Oberst (soprattutto negli onnipresenti tremolii della voce). L’impressione non è delle migliori, ma viste le condizioni precarie dell’esibizione sospendiamo ogni giudizio.
Troppo poco, comunque, per scaldare un pubblico già di per sé fiacchino e composto per una percentuale impressionante da invadentissimi fotografi muniti di photo-pass immeritati e super Canon mal utilizzate. I fotografi “professionisti” ai concerti: la vera piaga del ventunesimo secolo.

Ma la grande sorpresa è che nemmeno gli headliner della serata sembrano riuscire a galvanizzare alcunché; anzi, sono proprio loro i primi ad aver bisogno di una svegliata. Si parte, ovviamente, con “Creeper”, costellata da erroracci del chitarrista solista Patrick Gregoire e appiattita da un’acustica rimbombante e confusa che sarà, ahimè, la protagonista della serata (ma provate voi a fare di meglio, in un bugigattolo come il Magnolia).

La band, priva di uno dei due Chow violinisti (è presente il solo Alex, anche tastierista), cerca una sua dimensione live con risultati altalenanti: da un lato, la complessità, la varietà e la nitidezza sonora che su disco costituiscono la vera cifra stilistica degli Islands non vengono adeguatamente messe in risalto dalla ruvidità uniforme dei suoni live, specie quando il versante “elettronico” è affidato al solo Alex Chow che si deve fare in quattro tra synth, violino e cori. Basti pensare a “Swans”, che chiude la scaletta e che – per carità – è sempre bellissima, ma sentita in queste condizioni perde buona parte del suo fascino quasi barocco.

Dall’altro lato, però, è sul palco che emerge al meglio l’anima genuinamente rock delle canzoni dell’ultimo disco, “Arm’s Way”. Anzi, di più: certe ridondanti pacchianerie qui soccombono di fronte a un bel muro sonoro quasi “classic rock” che ha finalmente una ragione d’esistere. Esempio lampante è “The Arm”, singolone che regala una delle poche vere emozioni della serata (tanto più gradite on stage quanto più ci avevano fatto storcere il naso sul disco).

Insomma, una serata di dubbi: sono meglio le canzoni del primo disco, più belle ma meno presentabili dal vivo (o almeno su questo palco), o i brani di “Arm’s Way”, meno convincenti ma certo più efficaci in versione live? La domanda rimane senza risposta, tra qualche momento di stanca (dovuto, ça va sans dire, a qualche brano-riempitivo più recente) e qualche tenero tentativo da parte di Nick Thorburn di relazionarsi col pubblico italiano. Il resto è un concerto breve – un’oretta e poco più – per una band che vorremmo vedere in altre condizioni e su altri palchi.

C’è da dire però che basta la conclusiva “Rough Gem”, pezzo di punta del disco di esordio, a riconciliarci con qualsiasi disappunto e a farci comunque applaudire, felici. Forse è proprio con questo pezzo, a fine concerto, che il pubblico – fotografi esclusi – si è davvero reso conto che su quel mini-palco c’erano davvero gli Islands.

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