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  • Genghis Tron: Board Up The House

    Genghis Tron

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IGM (Intelligent Grind Music)

Erano stati salutati come il nuovo miracolo estremo già nel 2006, con l’uscita di “Dead Mountain Mouth”. In quel disco fondevano grindcore, Converge, elettronica in pieno WARP-style, momenti ambient e… be’, insomma, avete capito. Tutto quegli ingredienti che ultimamente si è soliti gettare nel calderone, sperando di mescolarli nelle giuste proporzioni e ottenere qualcosa di nuovo e interessante.
Era ovvio, quindi, che prima o poi i Genghis Tron sarebbero approdati in casa Relapse, soprattutto considerando la deriva cervellotica delle ultime uscite dell’etichetta di Chicago.
“Board Up The House” è dunque uscito sotto i migliori/peggiori auspici. I Dillinger Escape Plan sono ormai definitivamente rincoglioniti, i The End non sono riusciti a fare il botto l’anno passato, si sentiva il bisogno di qualcosa che smuovesse le acque in quel senso. Casino, schizofrenia, influenze a caso come se piovesse, cervello che cola dalle orecchie, questo ci si aspettava dai Genghis Tron.
E invece, sorpresa sorpresa, “Board Up The House” non è il Vostro Classico Disco Spaccaneuroni E Basta. Perché i ragazzi di Philadelphia, che evidentemente sono persone intelligenti, hanno deciso di scrivere undici brani con un senso, un gusto e una logica. Non si spaventino i cultori della destrutturazione: non siamo di fronte ad un disco pop, quando si tratta di pestare si pesta e quando si deve suonare strani, be’, avete capito. Anche gli ingredienti di base sono rimasti gli stessi. Per cui “Board Up The House” (la canzone, ma anche il disco in effetti) si apre con dei beat elettronici à-la-Autechre accompagnati da tastieroni e da due chitarre armonizzate che sfociano in riffone+blastbeatsparsi+vociona urlata eccetera eccetera.
Cos’è che fa la differenza rispetto ad altre proposte del genere, più schizzate/strane/malate e quindi più fini a loro stesse? Innanzitutto una minor tendenza a spezzettare le composizioni a tutti i costi. In secondo luogo i rallentamenti e le aperture melodiche, vocali e non, che danno respiro ai pezzi e li rendono più digeribili. Certo i momenti di follia non mancano, come la violentissima “Endless Teeth”, i cui riff però strizzano l’occhio più a certo metal classico che ai Converge o ai Dillinger Escape Plan. Il che, in effetti, è un’altra caratteristica da segnalare del disco. Ma sono i pezzi più lenti a destare il maggiore interesse: “I Won’t Come Back Alive” è forse la traccia migliore di “Board Up The House”.
[PAGEBREAK] Non siamo comunque di fronte ad un capolavoro.
Innanzitutto perché l’uso dell’elettronica alterna momenti ottimi (“City On A Hill” si chiude che sembra un pezzo di Aphex Twin) a certi tappeti di tastiera übertamarri che più che riempire i pezzi li rendono inutilmente pacchiani.
In secondo luogo perché OK suonare ariosi e dilatati, ma bisogna anche essere in grado di scrivere belle melodie, di quelle che ti si stampano in testa, altrimenti non vale nemmeno la pena di. E non è che in questo i Genghis Tron brillino.
In terzo luogo perché lo scream è la parte meno interessante e più stereotipata dell’intero disco; e considerando che questo è un difetto di tutti i gruppi che si cimentano in questo genere-non-genere forse sarebbe il caso di tentare qualche soluzione alternativa, per non rischiare di appiattirsi eccessivamente.
Ah, permetteteci di criticare il finale infinito di “Relief”, traccia conclusiva del disco. Cinque minuti in meno non avrebbero fatto male. E non veniteci a parlare di “tensione che cresce”…
C’è comunque da applaudire al coraggio, all’indubbia personalità e al senso della misura che i Genghis Tron dimostrano.
Le critiche vanno a certe soluzioni un po’ banali e ad altre azzardate e originali ma, a conti fatti, venute male.
La speranza è che in futuro gli elementi vengano meglio bilanciati e gestiti, perché creatività e buone idee non mancano.
Promossi, ma con riserva.

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