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Genio e demolizione

“Lezione Ventuno” è la storia (vera?) della Nona di Beethoven, di come il più grande compositore del mondo divenne sordo e sconfitto, e di come sfidò il mondo in un pomeriggio di maggio del 1824.

La premessa necessaria è che “Lezione Ventuno” non è un film su Beethoven.
In Lezione Ventuno Beethoven si vede una volta sola, di spalle, per 4 secondi. Come un vecchio pistolero che, sconfitto nel duello, si allontana verso l’orizzonte.
Non è “Amadeus”, che ci mostra la vita, la genialità ma anche la fragilità e l’umanità di W. A. Mozart; dove non è solo la musica a trionfare, per quanto magnifica, ma è anche l’uomo.
Qui non ci appassioniamo a Beethoven, non ci viene richiesto, anzi; Beethoven è deplorato, è un genio invecchiato assente ormai da un decennio dalla scena sinfonica che, schiacciato dalla concorrenza del più “facile” (alla comprensione) Rossini, sente il bisogno di riscattarsi; e per farlo sfrutta tutti gli accorgimenti dell’esperienza; addirittura (quasi fosse una colpa o uno sbaglio) l’introduzione della voce nel impasto strumentale; che nella Vienna del 1700, l’age d’or della musica “pura”, il trionfo del sinfonismo, risultò come risulterebbe oggi l’introduzione, in un film d’autore, di una valanga di rutti.

È un Beethoven molto triste, quello narrato da Baricco, un Beethoven vecchio e ormai totalmente sordo, che annaspa per riuscire a tenersi aggrappato all’amore del pubblico; che purtroppo si sa, riesce presto a dimenticare ciò che ieri adorava. Ci ricorda quasi la “vecchia imbellettata” di Pirandello, che fa (sor)ridere, ma fa anche molta tristezza, il celebre riso-amaro. Tuttavia non è permesso dispiacerci, soffrire con lui, neanche provare tenerezza per lui, perché la sua storia ci arriva come una lontanissima eco; sovrastata da molte altre storie, molte altre priorità, molti altri dialoghi. Solo usciti dalla sala, forse, arriva un momento in cui si pensa “.. però, povero Beethoven” e ci fa quasi sorridere; provare tenerezza per uno dei più grandi compositori di musica colta che la storia abbia mai avuto, quasi fosse un povero vecchietto che si è perso ad un incrocio.

Lezione Ventuno lascia perplessi.
La tesi che porta avanti e della quale ci vuole convincere, è condotta con presunzione di verità ed attendibilità, ma non basta un’ora e mezza di film per demolire la Nona Sinfonia di Beethoven (“Inno Alla Gioia” compreso), una di quelle cose che anche solo a nominarla si prova riverenza; e ci si chiede se anche lo stesso Baricco ne sia convinto. La guerra ai Titani si fa in due soli casi: se si è Titani, o se si vuole destare scandalo … e per quanto Baricco sia uno dei migliori esponenti della narrativa italiana contemporanea, sicuramente uno dei più noti, tradotto in tutto il mondo, dall’altra parte del banco c’è sempre Beethoven.
[PAGEBREAK] Lascia perplessi inoltre, perché opera prima di uno scrittore tutt’altro che alle prime armi; che, nei suoi libri, sa condurre sapientemente il gioco e tenere saldamente le redini delle sue tante storie. Nel film l’effetto non è lo stesso, molti elementi (i più interessanti) vengono lasciati naufragare; altri, specificati e approfonditi, sono invece del tutto superflui. Le narrazioni della composizione e della prima esecuzione della Nona però, ci vengono raccontate; mediante dei geniali inserti su sfondo nero, da cantanti d’opera imbellettati, soprani con parrucca e strumentisti; regalandoci l’illusione che siano i diretti interessati a parlarne, quasi a sentirci partecipi di quell’imponente evento che, sopravvalutato o no, fiasco o successo, cambiò per sempre la storia della musica.

In “Lezione Ventuno” le pretese dell’autore/regista sfociano nella presunzione e in una sfrontata ostentazione di intellettualità; ne risulta così un film di indubbio spessore culturale, probabilmente non destinato a tutti i tipi di pubblico; a tratti geniale, a tratti indecifrabile, a tratti difficile.
Il rischio di un forzato elitarismo intellettuale però, è quello di ritrovarsi chiusi nella torre d’avorio … da soli.
Le stesse pretese e gli stessi “schiaffi morali” che dal Baricco narratore eravamo disposti ad accettare, qui non trovano giustificazioni; e le sensazioni di estasi, la sensazione di vivere le storie narrate con i protagonisti di esse che derivavano da un “Oceanomare” come da un “Castelli Di Rabbia”, non sono le stesse che ci regala “Lezione Ventuno”; il quale ci tiene distaccati, ci mostra le vicende dei personaggi.

Dalla sua il film ha grandi meriti tecnici, primo tra tutti il grande impatto visivo; il Baricco esteta no, quello non delude mai.
Eccellente fotografia di Gherardo Gossi che rende alcune inquadrature degne di una galleria d’arte, mista a movimenti di macchina che accarezzano i personaggi; ci portano, per un attimo, lì vicini a loro (ed in questo ritroviamo parte dell’eredità di Baricco – narratore). E si continua con la bravura degli attori, quasi tutti; dai “veterani” Noah Taylor, Clive Russell e John Hurt ai meno noti Leonor Watling (già scoperta da Pedro Almodovar) e Tim Barlow; sostenuti da una sceneggiatura che nonostante alcune parti più difficili e cervellotiche, si distingue per la preziosità e per la sapienza di molti dialoghi.
E dulcis in fundo lei, la vera protagonista del film, la musica; meglio, la Nona sinfonia di Beethoven, che movimento per movimento ci viene snocciolata lungo tutto il film, fino all’”Inno Alla Gioia”, che esplode in un’apoteosi d’archi di fiati e di voci. E in quel punto, nel totale trionfo sinfonico; come si fa a non sentire dentro la Gioia inneggiata dal testo di Schiller? Come si fa a credere a Baricco? In quel punto si capisce perché proprio l’”Inno Alla Gioia”, IV movimento della “sopravvalutata” Nona sinfonia di Beethoven sia stato scelto come inno europeo.

Proprio come dopo una lezione universitaria però, usciamo dalla sala provati, quasi stanchi, perché il film ha bisogno della nostra concentrazione, deve essere ascoltato, seguito con attenzione, e non sempre siamo aiutati né invogliati a farlo; può lasciarci perplessi, può non convincerci che l’”Inno Alla Gioia” sia questa banalità che il professor Killroy/Baricco vuole farci credere, sicuramente non ci lascia indifferenti e proprio questo sembra il proposito iniziale dell’autore.
Che se ne parli male, che se ne parli come un prodotto elitario e intellettuale, che se ne parli come un capolavoro o come un prodotto noioso, l’importante è che se ne parli.

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