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Genio insufficiente

Una giornata pienamente estiva, dal caldo che si prova sulla pelle. Lo staff di Loudvision, data una rapida occhiata alla magnificenza di Madre Natura celebrata dai colli bolognesi circostanti, al rigoglìo della vallata e dei terrazzamenti fioriti, ai vigneti rinverditisi, si chiede, inebriata di stupita meraviglia, se non sia il caso di rivendere i biglietti, allo scopo di trascorrere la serata tra boschivi sentieri e chiesette sconsacrate prima, ed a cena in un isolato ristorante tipico poi, godendo di sapori, profumi ed appagando la vista d’un panorama prezioso ed emozionante… Arrivare a dire addirittura che nessun’altra scelta sarebbe stata altrettanto saggia, pur senza rasentare l’eresia, è quantomeno falso ed eccessivo; ma è pur sempre vero, che il concerto dei Tool del 22 Giugno 2006 al Palamalaguti di Bologna non verrà dal tempo solennemente riconosciuto. Sarebbe dovuta essere una di quelle giornate che ricorrono ogni cinque anni, proprio come gli album dei Tool. O forse no: alcuni ‘colleghi’ del web, accreditati di Toolshed.it, ci dicono in via del tutto ufficiosa che i Tool torneranno a farci visita – speriamo in qualche ambiente più consono alla loro dimensione live – nell’inverno a cavallo tra il 2006 ed il 2007. Fatto sta che, comunque, quella di oggi è una data attesa dai tempi del “Lateralus” tour. Una di quelle occasioni che dovevano essere al di là della perfezione. In alcun modo degno invece di memoria storica, né per la performance nella sua totalità, stringata e freddina nella sua imperturbabile perfezione, né per i suoni d’indecorosa confusione (rispetto alla nostra posizione), ed oltremodo ingrati nei volumi a Maynard, già colpevole d’una prestazione vocale appena sufficiente (per quel che se n’è potuto udire, talora intuire), e d’una presenza scenica indisponente, bidirezionalmente apotropaica.
Andiamo per punti.
[PAGEBREAK] IL PUBBLICO
Superata, ad un mese dall’annuncio del tour, la soglia di più di 4.000 biglietti venduti per la data del 22 Giugno, il concerto fu spostato al Palamalaguti, un’arena da 11.000 spettatori del tutto simile al Datchforum. Contrariamente a quanto pianificato, non si è raggiunto il tutto esaurito, sfiorando il tetto di 7.000 presenze. Un pubblico abbastanza numeroso ma che piace soprattutto per la dedizione ai Tool. Un pubblico preparato, discretamente educato, che ha forse infastidito Maynard James Keenan con qualche flash di troppo, nonostante l’invito esplicito a non usarlo. Ma nei momenti in cui l’acustica era così terribile da seppellire le linee vocali del frontman, erano i cori dei ritornelli intonati dalla Tool Army ad accorrere in aiuto, e l’esperienza era palpabilmente emozionante. Abbiamo incontrato fan che avevano affrontato un viaggio dalla Sardegna, eludendo impegni e scadenze pur di assistere al concerto. Non c’è stata l’affluenza delle grandi occasioni, ma un concentrato dell’80% di die-hard fans. Voto: 8.
[PAGEBREAK] LA SETLIST
La prima colpevole della situazione: checchè se ne dica sui limiti umani, sul ‘cosa volere di più’, sul fatto che ciò che si è visto stasera sia comunque in grado di spazzare via la scena metal dell’ultima decade (ed è vero), un concerto senza opening act, incentrato totalmente sui Tool non può durare un’ora e venti minuti effettivi, al netto di pause e cazzeggi. Se alla setlist che ha interessato tutto il tour di “10.000 Days” si lamenta l’omissione di brani come “Parabola” e “The Grudge”, qui a Bologna sono saltate “The Pot”, “Eon Blue Apocalypse” e “The Patient”. Poco importa, davvero, che la band stia suonando ininterrottamente da due mesi, e tutte le scuse chilometriche che alcuni Tool-fan inspiegabilmente sono capaci di tirar fuori. Non dipende certo da chi paga il biglietto per godersi un avvenimento così raro e così atteso. La scelta dei brani proposti è comunque più che valida, una selezionata testimonianza della superiorità musicale dei Tool nei vari anni, partendo da “Sober”, proseguendo con “Stinkfist”, “Ænema” e “Fortysix & 2″, per arrivare infine a “Schism”, “Lateralus”, e le ultime “Vicarious”, “Lost Keys”+”Rosetta Stoned”, “Jambi” e “Right In Two”. Delusa l’aspettativa di sentire dal vivo “10.000 Days (Wings pt.2)”, creatasi durante l’attesa fuori dal Palamalaguti origliando il soundcheck e le varie prove. Insider informatissimi avevano, comunque, già esclusa l’ipotesi. Voto: 6,5
[PAGEBREAK] L’ACUSTICA
Ecco la vera nota dolente. Se da un lato è corretto affermare che i Tool si siano impegnati a migliorare il suono durante il concerto, tentativo che merita menzione d’onore, e che quindi dopo la prima mezz’ora parte dell’emergenza sia rientrata, dall’altro lato emerge l’assoluta inadeguatezza dei palazzetti sportivi al sound strutturato, artistico, complesso, pieno d’intersecazioni geometriche e simbologie aritmetico-musicali del combo americano. E se questo è il punto di partenza, è decisamente scoraggiante. Sarebbe stato certamente più sensato (non in termini strettamente economici, ma certo in termini di qualità) moltiplicare le date in location di media capacità ed acustica impeccabile. È un peccato, dal momento che i Tool hanno dimostrato una Classe che lascia anche al più critico l’interrogativo su chi sia in grado d’eguagliarla. E perdersi anche solo un passaggio per colpa di elementi tecnici, più che un’erosione al portafoglio, sembra una sottrazione d’arte, una defraudazione ai danni dell’ascoltatore. Voto: 4,5
[PAGEBREAK] LA BAND
Questo è il lato superlativo della serata. Attaccano con il consueto arpeggio che stimola l’aspettativa, che genera ansia d’attesa, di “Lost Keys”, per tirarne fuori il meglio che potevano con la spada di Damocle della pessima risonanza degli strumenti a pendergli sul collo. “Rosetta Stoned” deflagra l’udito ma ci si accorge subito di qualcosa: nonostante la chitarra di Adam Jones sia monopolizzatrice in questa fase, non solo il gruppo risulta ad un udito fine una colonna compatta di volume impressionante, ma il batterista Danny Carey sta preparando il pubblico ad una performance da lasciare annichiliti. Inizia “Stinkfist” e la fusione tra un sound in via di recupero ed il pubblico partecipe dei ritornelli crea sensazioni forti: i riff di Jones e l’infallibile macchina ritmica di Chancellor suonano come se gli strumenti fossero raddoppiati, l’anima intricata e sincopata è viva e labirintica, Danny Carey è una furia a tempo dispari che ti cattura dentro dedali di cui conosce solo lui il tempo. Quando arriva “Fortysix & 2″ l’atmosfera spiraleggia in un’attesa molto più nevrotica ed energica che nell’originale, si sente il pubblico urlare “change is coming to my shadow”, ed il finale, oltre ad essere una scudisciata all’ennesima potenza devastante, mette in luce una prestazione complessiva di Danny Carey che ormai ha venduto l’Ænema ad un dio superiore. Mentre il duo Jones-Chancellor riesce tecnicamente ad energizzare il già complesso studio-work, la batteria è letteralmente fuori da ogni schema, in improvvise ventate di improvvisazione con rullate, complicazioni ritmiche, riempiendo l’aria di tuoni improvvisi con rifiniture annesse. Da oscar. L’unico che sul palco, pur stando dietro, c’è. L’unico a dare segni di vita. Passando tra “Schism” con la sua vena mistica, e “Right In Two”, si giunge alla sorprendente “Sober”, proposta con una tecnica che la porta dritta nel XXI secolo. Inutile elencare gli effetti di “Lateralus”, gli ipnotismi e le carismatiche note di “Vicarious”, così come la reazione delle masse alle sole prime note di “Ænema”. Poi Maynard fa qualche fugace cenno, e se ne va come un ladro nella notte. Come un vero ladro, senza sensi di colpa. Mentre i tre giganti della serata salutano più calorosamente il pubblico a loro devoto.
C’è da dire che tutta questa classe non è stata emotivamente coinvolgente. Tecnicamente, è stata una dimostrazione di potenza, ma l’immobilismo e la mancanza d’un frontman hanno tagliato di netto la dimensione pathos. Sono rimasto esterefatto davanti alla sinergia di tecnica e stile, ma ancora una volta si è concretizzata la teoria che ogni gruppo ha un proprio trascinatore, nel caso della serata Danny – accompagnato da due musicisti che ci credevano fortemente -, e che con un frontman in meno non si è alternativi, ma solo meno efficaci dal punto di vista del concerto dal vivo. Troppo facile pensare che si tratti solo di avere un contatto gentile con il pubblico; questo non è richiesto, assolutamente. Il primo pensiero verso un gruppo di professionisti è la capacità di tenere il palco e sfruttare artisticamente lo spazio ed il gusto a loro messi a disposizione. E chi ha visto il tour di “Lateralus”, sa di aver visto un altro Maynard James Keenan. Non quello di questo tour. Voto band: 8
[PAGEBREAK] IL FRONTMAN
Era il personaggio più atteso, perché con la voce non solo sa fare miracoli, provocare come nessun’altro, essere epidermico e sensuale al punto da destare istinti bisessuali anche al più etero-incallito (quanti abbiano assistito al concerto degli A Perfect Circle a Milano quel gelido inverno, sanno perfettamente quanto Maynard sia in grado di catalizzare l’attenzione, sfruttando le sue carismatiche doti, innate ed acquisite); ma anche perché i Tool sono la sua dimensione prima, la più sincera, la più viscerale. E, come sempre accade, l’ospite più atteso è quello non pervenuto. Vuolsi così perché all’inizio la musica sovrastava tutto, o vuolsi così perché preferiva mimetizzarsi dietro Adam, vera mente del gruppo: il risultato, pur invertendo l’ordine degli addendi, rimane mortificato, sottratto, imbarazzante. Abbiamo potuto udire anche alcuni cali di prestazione, intonazioni prese un’ottava più sotto rispetto ai brani originali, ma non è di questo che ci si lamenta. Lascia perplessi il suo addormentarsi di fianco alla batteria durante la pausa prima del bis per esempio, mentre Jones-Chancellor-Carey interagiscono frontalmente, in qualche modo, col pubblico. Sembra che sia venuto a timbrare il cartellino, che si tratti di problemi alla vista oppure no. Esattamente come la sua performance in generale sul disco “10.000 Days”, seppur buona, aveva destato qualche perplessità considerato quello che è capace di fare. Voto: 6+ d’incoraggiamento.
[PAGEBREAK] LE COREOGRAFIE
Davvero minimali, e questo è strano poiché, considerata la location, ci si aspettava proprio quelle coreografie sufficienti a giustificare il sacrificio fatto per l’acustica. Invece dietro la batteria compaiono solo quattro schermi LCD a rettangolo, disposti in altezza come quattro strisce, dedicati alla visualizzazione di filmati che ripercorrono il gusto mistico dei Tool per linee, simboli, movimenti, corpi umani ed enigmi; questo, quando già non appartenga al brano in esecuzione un videoclip, su cui va a ricadere la scelta proiettiva. Un paio di neon e un classico set di luci completano la poco cromatica, ma intensa, coreografia del palco.

Sorpresi per la conclusione improvvisa, facciamo appena a tempo a renderci conto che i quattro sono andati via davvero, senza nemmeno far dono d’un ‘misero’ bis, e le luci si accendono. Così tanta magnificenza, senza essere perturbati dalla forza espressiva che i Tool hanno sempre avuto… Peccato. Non avevamo ricordo d’un sentimento di bellezza così contrastante, d’una perfezione così macchiata qui e là di leziosa assenza. Ci si avvia, scambiando qualche parola con i fan, trovandosi d’accordo su molti punti, sui chiaroscuri di questo tour che si vede messo in tribunale ed accusato per le altissime pretese ed aspettative. Non sono lecite, ma era bello sognar(l)e. L’altro volto della medaglia: l’umanità che (d)elude.

01. Lost Keys
02. Rosetta Stoned
03. Stinkfist
04. Fortysix & 2
05. Jambi
06. Schism
07. Right In Two
08. Sober
09. Lateralus
10. Vicarious
11. Ænema

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