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Gentiluomini della strada

In verità non so bene come cominciare. Non so come descrivere, riuscire ad andare oltre questa Babele d’emozioni che ancora adesso, ora che in teoria dovrei essere con mente fredda e cuore calmo, sgorgano inarrestabili e irresistibili appena ritorno alla sera del 21 marzo scorso. Permettetemi, in questo incipit, di chiedere perdono a voi che state leggendo queste parole per la confusione o la scarsa obiettività che quasi sicuramente ci saranno in questo racconto.

A me piacciono i Mumford & Sons. Mi piacciono tanto tanto, l’avrete capito. Diciamo che potremmo dire, usando quell’espressione di cui colloquialmente tanto ci serviamo, che io li amo. Certo, non mi fregio del titolo di fan numero uno: non conosco perfettamente a memoria ogni loro testo, non ho assistito a molti loro concerti, non conosco ogni minimo dettaglio della loro storia o ogni loro bootleg. Ma ne sono comunque un grande appassionato.

Eppure tutta la mia passione e tutte le mie aspettative (create soprattutto dai racconti di amici ben più fanatici) non mi avevano certo preparato alla serata che i Mumford & Sons hanno offerto al Palacio de Vista Alegre di Madrid.
C’è da dire che la serata non era partita sotto i migliori auspici: una spaventosa disorganizzazione al botteghino, dove dovevano essere distribuiti non so quanti (sicuramente tanti) biglietti già acquistati, tra cui il mio e quello dei miei compagni d’avventura (parliamone: quando mai si è visto cinque o sei poveri addetti sfogliare freneticamente pile e pile di biglietti nominali prestampati alla ricerca di un nome coincidente, il tutto a meno di un’ora dall’apertura delle porte?); una cattivissima gestione della coda all’ingresso, con anche serio rischio di rivolte e guerriglia urbana (lo ammetto, noi ce la siamo cavata grazie ad un’incredibile faccia di tolla, nel più puro italian style); un’acustica terribile (almeno per noi che stavamo sotto palco) e vari problemi di audio, confermatimi da uno dei tecnici inglesi con cui ho potuto parlare prima di lasciare il palazzetto, che hanno reso poco godibile l’esibizione degli artisti-spalla, nell’ordine Jesse Quin (bassista dei Keane in versione cantautore) e le statunitensi Deap Vally.

Ma nonostante questo… che immensità. Vero, sembro retorico, ma giuro che non ho altri modi di spiegare la sensazione generale di quello che è stato questo concerto (la cui unica pecca è di essere durato veramente troppo poco). La questione di fondo è che quella che i Mumford & Sons credevano essere una data forse abbastanza anonima in un città da cui probabilmente non si aspettavano molto si è invece trasformata nella serata del perfetto affiatamento tra band e pubblico.

I quattro inglesi (per gli amici Marcus, Winston, Ben e Ted) e i musicisti che li accompagnavano (un violinista e una sezione di tre fiati) hanno attaccato con la loro carica e la loro energia di sempre, pronti a dare il massimo come ogni volta, ma sono rimasti essi stessi stupiti dalla risposta dei novemila spettatori. Durante il concerto i loro volti si sono trasformati, passando da uno stupore anche un po’ incredulo ad un’esaltazione adrenalinica che li ha caricati all’inverosimile, facendogli rompere la schematicità delle loro classiche posizioni sul palco, spingendoli a muoversi, a cercare ancora di più quel pubblico che non si aspettavano, incitandoci e facendosi incitare. Novemila persone che cantavano all’unisono ogni verso, dico, ogni singolo verso di ogni loro canzone (e ricordo che stiamo parlando di una band inglese davanti ad un pubblico spagnolo: credo che solo questa basterebbe a dimostrare la grandiosità dei Mumford & Sons), novemila persone che rispondevano allegramente ai loro tentativi di parlare in spagnolo, novemila persone che saltavano, gridavano, respiravano con la band sul palco: che emozione stupenda.
[PAGEBREAK] I M&S hanno dimostrato di essere veri artisti, musicisti che infondono tutta la passione di cui dispongono nel fremito di ogni loro fibra, sfoggiando nel contempo una grandiosa padronanza tecnica di più strumenti ciascuno e grande presenza scenica, il tutto mantenendo una semplicità e una dignità d’altri tempi che sicuramente partecipano nel creare quell’atmosfera un po’ retrò che è uno dei tratti più caratteristici del gruppo (a cui ha giovato molto anche la bellissima scenografia di luci, tra cui le ormai classiche lampadine rotonde, via di mezzo tra delle vecchie decorazioni natalizie e delle luminarie da circo antico).

Restano solo due rimpianti, alla fine di tutto. Quello ovvio per il fatto che tutto sia finito tanto in fretta, e che loro siano già ripartiti verso altri angoli d’Europa, e quello per essersi persi l’improvvisata in acustico fatta dalla band per alcuni fan rimasti a gironzolare fuori del palazzetto, a dimostrazione di come lo stesso concerto, per quanto fosse stato stremante per loro dal punto di vista fisico (esemplare la progressiva perdita di compostezza di Marcus man mano che il concerto proseguiva), non fosse stato in realtà abbastanza per esaurire tutto quello che i Mumford & Sons avevano da dare al loro pubblico.
“Mi domando perché non siamo venuti prima a Madrid”, ha detto Marcus durante il concerto. “Faremo in modo di tornare presto”.
Spero per tutti i fan di Madrid che mantengano presto la promessa, e spero di poter godere pure io presto ancora una volta di un altro loro fantastico concerto.

Scusate, ero troppo esaltato per prendere nota delle canzoni suonate.

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