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  • George Bellas: Step Into The Future

    George Bellas

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Buona la prima!

Quando si ascolta un album e la prima traccia non trasmette la voglia di alzare il volume, probabilmente nel nostro animo aleggia già lo spettro del flop emozionale, ma resiste la speranza di trovare nei successivi pezzi il famoso brivido. Be’, in questo caso potete scordarvi la seconda chance, atteso che il lavoro nasce e muore in una monotraccia dalle dimensioni imprevedibili. E forse è un bene, perché, se il nostro George Bellas avesse deciso di aggiungere un’ulteriore brano di pari lunghezza, il disco avrebbe avuto una durata di oltre 150 minuti!

Dalle premesse è facile intuire che “Step Into The Future” rappresenta una sfida: per chi lo ha pensato e composto, per chi lo ascolta e anche per chi lo recensisce.

La sperimentazione è sempre un rischio: è lo sporgersi dalla balaustra che delimita lo scibile dall’incertezza. Per praticare questa strada è necessaria una buona dose di audacia e di spregiudicatezza, due doti che al Nostro non fanno difetto.
Bellas è un virtuoso della chitarra, e in questa sua opera sceglie di non accontentarsi del ruolo di primo attore, ergendosi a vero e proprio one-man-show: poiché, fatta eccezione per la parte prettamente ritmica (affidata a Marco Minneman) anche il basso e l’ampia sezione delle tastiere sono farina del suo sacco.

Il carattere interamente strumentale della composizione ha un duplice effetto: da un lato favorisce la percezione dell’unicità del brano (piuttosto che di una serie di pezzi sciorinati senza soluzione di continuità); dall’altro tuttavia appesantisce l’ascolto, già reso impegnativo dalle succitate anomalie temporali.
Lo stile è chiaramente progressive, privo di ritornelli, con corpose ed opportune variazioni, che rappresentano iniezioni di morbidezza, finalizzate ad alleggerire l’impalcatura.

Le indiscusse qualità tecniche del polistrumentista statunitense sono risapute, ma 75 minuti di virtuosismi sono decisamente troppi, anche per chi venera l’esercizio di stile. L’impressione è di essere di fronte ad un’opera a tratti anarchica, imprigionata in una struttura tanto coraggiosa quanto imprevedibile, destinata inevitabilmente ad incidere sulla fruibilità dell’ascolto.

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