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George Romero: Island of the Dead

L’orda lenta, non morta ed inesorabilmente in grado di emergere dalle acque di un fiume, guidata dal luogotenente/benzinaio coloured Big Daddy è l’immagine già vista, in deja-vu, della quale appare obbligato riferire. Parliamo di quel “Land of the Dead” che quattro anni or sono rifletteva sul nuovo ordine e la ripartizione della ricchezza mondiali, con la caduta del potere retto da un redivivo Dennis Hopper nel micro-stato chiamato Fiddler’s Green. Ma l’emersione dalle acque è immagine scontatamente ma parimenti attinente a quanto vedremo nelle prossime ore qui in Mostra; e sarebbe interessante ascoltare proprio il parere di Romero sui 14 per 2 km del Lido, una lingua di terra in forma di isola che molto ha a che spartire con la location di “Survival of the Dead”, sesto capitolo romeriano di riflessione mortoviventesca, nonché senza dubbio il più autenticamente cinefilo, nell’omaggio interamente western ad Howard Hawks, l’autore più influente per la formazione del sessantanovenne maestro di Pittsburgh.

Vale la pena tornare su quanto spiacevolmente erroneo appaia il definire ‘sdoganamento’ la messa in concorso per il Leone d’Oro (l’amico, sodale e giurato Joe Dante si spenderà in tal senso?) del sedicesimo lungometraggio romeriano, cineasta le cui difficoltà nei rapporti con le grandi produzioni statunitensi sono – quelle sì – da considerare come il vero crimine da scontare. Non certo quanto costruito in immagini da quarantun’anni da parte di un cineasta da sempre in grado di fare il punto sulla condizione del proprio paese attraverso lo stilema di genere. Il tutto utilizzando più il sentimento dell’inorridimento che quello del semplice spavento, quando non platealmente e gore-oriented splatter. È un po’ quanto ampiamente verificabile e accaduto nel corso degli anni, a partire dal 1968 (un anno a caso?) con il miracoloso ed razzialmente iconoclasta “Night of the Living Dead”; un percorso proseguito dieci anni dopo, sul quale si riferirà tra poche righe, nel 1985 con l’antireaganiano “Day of the Dead” ed attualizzato soltanto due anni fa con “Diary of the Dead”, operazione in digitale – a non bassissimo costo – sulla proliferazione dei meccanismi di produzione di immagini, nei primi anni di questo terzo millennio.

Il riflettore puntato da Venezia verso Pittsburgh è anche una sorta di corrispondenza amorosa che il bel paese nutre per il regista della Pennsylvania praticamente da sempre; ci riferiamo – più che al meccanismo produttivo in grado di coinvolgere la famiglia Argento nel 1978, per il capolavoro di messa in crisi proto-consumistica che è “Dawn of the Dead” – alla memorabile retrospettiva dedicata proprio a George A. Romero nel 2001 dal Torino Film Festival, nelle persone di Roberto Turigliatto e Giulia D’Agnolo Vallan. Quest’ultima fu al tempo anche autrice dell’ormai leggendario volume cartaceo corrispondente (esauritissimo e del quale si attende spasmodicamente una ristampa…) e – guardacaso – è oggi consulente proprio di Marco Müller per la selezione dei film statunitensi nel festival lidense. E questa Mostra – che continua a mostrare i denti e mordere con una qualità nuova rispetto ai film proposti nella prima settimana rispetto alle ultime edizioni – condivide l’anima sopravvivente dei living dead romeriani e del proprio padre, in un confronto con Cannes sostenuto sinora in modo invidiabile.

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