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Ghemon: “Mezzanotte? Vi racconto come ho fatto pulizia dentro la cantina che era in me” [INTERVISTA]

E’ uscito il 22 settembre “Mezzanotte”, il nuovo e soffertissimo album di Ghemon. Un lavoro molto intimo e personale, quasi una psicoanalisi che scava nel fondo (o nell’affondo come dice lui) dei suoi pensieri e delle sue paure, e che finisce per esorcizzarle, accettandole. Un album che ci ha sicuramente colpiti, un vissuto che difficilmente lascia l’interlocutore indifferente sia a tanta bravura stilistica che all’autenticità emozionale.
Scambiamo quattro chiacchiere con l’autore, sia per complimentarci con lui, sia per cercare di pungulare ancora la sua anima alla vigilia di questo nuovo e lungo tour.

Ciao  Gianluca, da qualche settimana è uscito il tuo nuovo album “Mezzanotte”, ma a parlare di questo ci arriverei piano piano… Parliamo prima un po’ di te, adesso come stai?

“Seduto in macchina” (ndr:ridiamo). Bene dai, nel turbine della moltitudine di cose da fare, questo non mi lascia nemmeno il tempo di pensare ed è un bene. Prima di questo periodo così intenso, spesso amici e conoscenti mi chiedevano “e dove vai in vacanza?” e questo mi angosciava. Sai, sono due anni che non vado in vacanza e adesso con questo album girerò molto, sarà il mio lavoro la mia vacanza, e questo mi piace molto. Mi piace dire che lotto, la mia vita è piena di cose belle e di cose che sono indice di ansia per me, quindi lotto.

Ti ho chiesto come stessi non come un mero clichè, ma perchè dietro queste 14 canzoni si cela un mondo fatto di disagio, senso di inquietudine e angoscia, smania di reagire alle cose perdute. Quanto sei andato a fondo prima di rinsavire?

Più a fondo del  fondo c’era l’affondo, nel cui fondo c’era un affondo di un altro affondo. Ho toccato un fondo ad almeno tre livelli sottostanti. Sai, mi è cara in questi giorni l’immagine della cantina, è una stanza in cui ci metti le cose che non trovano spazio in casa o che semplicemente non vuoi più vedere in casa. Per me questo disco è stato un lungo periodo in cantina prima al buio, poi a tentoni cerchi la luce e a districarti tra gli scatoloni e la polvere, a quel punto tiri fuori cose che magari ti suscitano pure la lacrimuccia e la malinconia, ma alla fine ti fai forza e ripulisci tutto il caos che c’è lì dentro. Ecco io ho fatto pulizia dentro la cantina che era in me.

Mezzanotte, la title track dell’album,  è un brano nudo e crudo, che parla della nostalgia dei momenti più intimi con la tua ex partner. Quanto è stato difficile o curativo mettere nero su bianco una delle cose che più crea mancanza e dipendenza dall’altra persona?

Devo fare una piccola precisazione: non è “una ex” ma “le mie ex”, non che avessi l’harem eh? E’ un po’ un coaercevo fra tre cose che sentivo in quel momento: è un saluto, un ricordo e un vaffanculo. E’ malinconia, è un saluto perchè c’è l’accettazione della fine ed un vaffanculo che cela rabbia, rabbia soprattutto verso la dipendenza da questea/e.

2 Foto by Ottavio Fantin ®Il sesso è un tema sdoganato dai patron del rap americano, in Italia quanto stiamo indietro rispetto a tali temi?

Mantenere il linguaggio e il sound tipico del soul e del rap adattandolo all’italiano è difficile. Ho 35 anni, non parlo come i ragazzini, ho un altro linguaggio e non mi piace spostare l’accento da questo rendendolo forzato con un gergo differente dal mio. Parlando del sesso in America è tutto molto più esplicito: “muovi il culo” si dice esattamente così, in Italia si è ancora legati all’immagine della Donna-Madonna, bisogna sempre riuscire a parafrasare tutto. Io ho dovuto essere diretto ma senza scadere nella volgarità, ne ho parlato senza voler essere aulico necessariamente ma  senza ricorrere alla volgarità. E’ stato difficile sì.

In questo album metti a nudo anche la tua anima, fai coming out di una patologia come la depressione, un messaggio positivo per i tuoi ascoltatori in cui li inviti a reagire e a non vergognarsene?

Sì, ad un certo punto ho valutato se volessi parlarne o no di ciò, ma non nelle canzoni, lì sapevo esattamente il messaggio che volevo comunicare, quanto nelle interviste. Poi ho realizzato che ho delle persone che mi seguono anche attraverso quest’ultime e che un messaggio del genere poteva essere di speranza per altri. Attenzione non è che mi piaccia fare del vittimismo, anzi, però utilizzare un mio periodo buio risolto alla meglio, e farlo pubblicamente, può essere un invito verso ragazzi e ragazze che mi seguono ad “emularmi” nell’affrontarlo nella maniera giusta, facendosi aiutare. Più che un esempio era condivisione quello che volevo trasmettere anche in merito a ciò.

Il “Kintsugi”, tecnica giapponese di riparo dei vasi rotti con l’oro, può essere la chiave di questo messaggio?

Hai capito bene, e infatti non è un caso se questa canzone chiude l’album. La prima canzone e l’ultima dell’album rappresentano due parentesi: l’album inizia  con “Impossibile” che  apre le parentesi su questo mio turpinio dell’anima e si chiude con  “Kintsugi”  in cui il messaggio è proprio questo “accetto le crepe della mia anima ma le copro d’oro e mi tiro su”, e in mezzo a queste due parentesi avviene il percorso di ripulitura della cantina espresso nelle altre 12 canzoni.

Da Orchidee a Mezzanotte, “qualcosa è cambiato, qualcosa cambierà” ancora? Per citarti…

Ma sì, tutto quello che faccio è in continua evoluzione.

Uno stile che ti vede maturato, dopo una fase hip hop una virata verso il soul che faceva capolino già in Orchidee. Ti riconosci di più in questo nuovo stile?

Sì sì assolutamente. Adesso è tutto molto più mio. Alcuni  pezzi sono solo miei, li ho scritti da solo perchè dovendoli cantare io volevo farlo in una maniera precisa, altri brani sono coprodotti da me. Questo album mi rappresenta tanto sia come contenuti che come stile.

Come pensi  reagiranno quelli che io amo definire “i cecchini del rap originario” a questo cambio  di rotta stilistico?

L’ho annunciato talmente per tanto tempo questo cambio di genere che o hanno perso le speranze o, se davvero conosci le radici del rap, capisci che io voglio distinguermi, ho sempre avuto questa esigenza, e cerco di farlo nello stile che meglio mi rappresenta. Per ora nessun haters, il riscontro  è stato solo positivo.

A proposito di soul, non hai mai nascosto la tua ammirazione per D’Angelo, alias Michael Eugene Archer, e di D’Angelo capitano dell’Avellino che mi dici?

Che è davvero bello vedere un personaggio che dopo tanti anni si riconosca nella sua città di adozione fino a diventarne fiero Capitano e idolo di una città. Sia l’Avellino calcio che basket sono momenti di aggregazione anche per la città oltre che di svago e l’affezione verso la maglia è lodevole.

Un lungo tour ti aspetta, cosa ti aspetti dai tuoi fans?

Che passino parola! Stanno capendo che l’avventura coraggiosa di questa scelta artistica non sia stata un salto nel vuoto. Spero e mi aspetto da loro che passino parola ma voglio rassicurarli: il passaggio da dieci fan in un pub locale ad un palazzetto non è indice di diminuzione della qualità della mia musica. Se aumentano i fans aumentano anche i mezzi che ho a disposizione per fare un lavoro sempre più qualitatevole.

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