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Ghezzi, break time

“Confini D’Europa” è una serie di sei film documentari, diretta da Corso Salani, che esplora il concetto di confine in Europa e in Israele. Per presentare la conclusione di un lavoro durato più di due anni, e in occasione dell’imminente messa in onda dell’intera serie su Rai Tre per Fuori Orario, la Vivo film, produttrice del progetto, ha organizzato una serata alla Casa del Cinema di Roma, durante la quale è stato proiettato l’ultimo documentario della serie, “Yotvata”, fresco di montaggio. Alla presentazione sono intervenuti Enrico Ghezzi (Rai Tre- “Fuori Orario”), Annamaria Percavassi, (direttrice del Trieste Film Festival), Gregorio Paonessa e Fabrizio Grosoli (Vivo Film), e lo stesso Salani. Alla cena post-presentazione, tra una tartina e un bicchiere di buon vino, in un clima chiassosamente gioioso, LoudVision coglie l’occasione per scambiare due battute con Enrico Ghezzi.

“Yotvata”, che abbiamo visto stasera, è ambientato in Israele, stato i cui confini sono stati tracciati a tavolino dalla storia più recente. Ma sono dei confini deboli, lacerati, come una ferita ancora aperta che periodicamente gronda sangue. Che senso ha parlare di confine in Israele?
In “Yotvata” c’è un luogo, una condensazione, un attorcigliamento… Israele è il confine d’Europa, un confine interno, perché rifugio dei profughi europei della seconda guerra mondiale. Israele è un confine al cubo: l’esplosione e l’implosione del confine. Con questo documentario Salani ha compiuto una mossa affascinante, presentando in modo sottilmente critico una fuga dall’idea, una sorta di mise en abîme che riesce a gettare luce sull’intero quadro. Salani è uno dei pochissimi cineasti italiani a-ideologici, in senso totalmente positivo.

“Fuori Orario” è molto eterogeneo. Qual è la sua linea editoriale?
Non considerare la TV. Noi cerchiamo di fare un cinema di passione, di amore, intensità. L’obiettivo è seguire questa linea senza accettare interventi, seguire la libertà di una delle cose meno libere che esista: l’immagine.

Riuscite ancora a seguire questa libertà nell’odierna Rai? “Fuori Orario – Cose (mai) Viste” nasce dopo l’esperienza unica della “Magnifica Ossessione”, ben 40 ore di film, trailer, lavori girati ad hoc da registi per festeggiare i 90 anni dalla nascita del cinema…
L’ultimo esperimento di libertà è stato realizzato tra l”87-’88 e il ’94. La Rai Tre di Guglielmi era un’ipotesi di follia, di sfrenata autonomia contagiosa per tutto l’universo tv. Quella stagione fu poi considerata eccessiva, e forse lo era. Irrispettosa di tutto, fuorchè della capacità del pubblico di capire e giocare. Un momento di intensità particolare per l’autonomia come presupposto, che produceva la trasformazione interessante della società in un gioco di parole-immagini. Oggi, nelle stesse condizioni, nonostante l’ottimo rapporto con Ruffini, un tale esperimento sarebbe irripetibile.

A proposito di grandi autori come Rossellini, Lynch, Cronenberg, lei parla di impersonalità del cinema. Cosa intende?
Il massimo che può fare il cinema, e che di fatto fa, è quando un grande autore, persona che si arrende al corpo e alla macchina del cinema, si trova contro l’impersonalità del cinema, e diventa impersonale come esso. L’impersonalità coincide quasi con l’involontarietà, che non ha niente a che fare con gli stili personali, le volontà precise… il massimo della personalità è riuscire ad indossare l’impersonalità.

Come si fa a conciliare l’impersonalità con un regista così personale come Fellini?
Fellini si è mosso con il personale onirico. Partendo da un desiderio apparentemente soggettivo, arriva alla rappresentazione della persona superata dal desiderio. Fellini sentiva il cinema come denudamento, viveva il film come una malattia da scontare, non rivedeva i suoi film per una forma di pudore. Pochissimi registi hanno avuto questo pudore. Non è uno dei cineasti che amo di più. Se dovessi scegliere tra i suoi film sarei molto indeciso tra “Il Casanova” e “Il Bidone”.

Perché proprio “Il Bidone”, che è uno dei film di Fellini più bistrattato dalla critica?
Perché sembra un film fatto da un genio non italiano. Ci sono attori come Richard Basehart. In questo film la finzione è vista come fede… finzione come triplo rituale. In realtà Fellini era molto teorico.

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