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  • Ghinzu: Mirror Mirror

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Bruti ma buoni

I Ghinzu sono un ensemble belga legato da più di dieci anni di attività e non troppo prolifico quanto a LP: si consideri che questo è il loro terzo album. Nel frattempo, però, il quintetto si è dedicato anche ad altri progetti. Ricorderete tutti di aver esclamato «i Ghinzu!» ascoltando la colonna sonora di “Irina Palm” (sinossi di “Irina Palm”: Marianne Faithfull che fa le seghe).

“Mirror Mirror” è quasi perfettamente rappresentato dalla sua copertina: uno studio di registrazione affollato di strumenti, disordinato, ma con pareti chiare e lucidissime. Il rock dei Ghinzu è schietto, veloce, ricamato con poca elettronica, eppure curatissimo. Rock’n’roll vecchio stampo, ma anche ultraproduzione: le due anime dei Ghinzu non si escludono a vicenda. Anzi, caratterizzano – insieme – la soluzione originale raggiunta dall’album.

È vero, è vero, nei loro momenti più rock e meno elettronici i Ghinzu assumono un po’ il piglio, sia nei riff che nella voce, da imitatori degli Strokes: forse viene voglia di esclamare «gli Strokes!» durante “Take It Easy” o “The End Of The World”. Ma anche in questi i casi i Ghinzu arricchiscono con particolarità proprie, trombe e pianoforti.
Oltre a questo, in “Mirror Mirror” i Ghinzu hanno anche ballate e capatine nell’hard rock. Questo sembra suggerirci che i cinque belgi non abbiano proprio oziato, nei lunghi anni di pausa tra un album e l’altro.

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Contro

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