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We don’t need no music: Ghost Of A Tape Listener

Maggio fuori.

Sono a casa poche ore prima che il sole sparisca dietro i palazzi bruni. Il dito infilato nel nodo della cravatta. Uno strattone deciso, e poi a petto nudo sprofondato sul letto. Tolgo le scarpe. Fanno un frastuono incredibile quando le lancio sul pavimento. Poi il silenzio cercato ed alla fine ottenuto. Una mano sulla fronte che scotta.

Non è febbre è solo l’ansia di un altro giorno trascorso senza memoria. Nulla di grave eccetto l’amore che riempie la bocca e pulsa impedendo il respiro. Sul comodino c’è la vecchia Polaroid che mi hai regalato. La prendo in mano e me la punto contro. Vedo la mia immagine riflettersi nel mirino convesso. Suicidio. Un colpo in pieno viso con la voluminosa Spirit 600. Instant camera. Schiaccio, rumore metallico e la lingua di celluloide schizza sul petto. Il quadrato racchiuso dalla cornice bianca è sugo vaniglia in movimento. Nelle spirali chimiche, dagli abissi della carta affiorano i lineamenti spigolosi del mio volto. C’è la fronte, i capelli tirati indietro, gli occhi liquidi, la barba non fatta, le cicatrici, i pensieri tutti incuneati sotto gli zigomi, nelle narici, dentro la bocca. Quelle labbra trattengono tutto: l’insoddisfazione, il senso dell’abbadono, gli umori aciduli sulla lingua. Incessantemente. E sotto il viso quel corpo che non riconosco ogni volta che lo vedo rappresentato da qualcosa che non sia il mio sguardo. Il corpo smunto e fragile, quasi glabro. Con le costole strette dalle braccia sottili, lo sterno vistoso e patetico ed il pomo d’adamo pronunciato oltre l’inverosimile. Tutto intorno la tonalità vermiglia del letto, il cuscino ben infilato sotto la testa, un frammento di cravatta, catturato all’ultimo momento dall’obiettivo, lì, in quell’angolo.

Poggio la fotografia sul materasso, e con un impeto sono in piedi. Via i pantaloni. Infilo un vecchia t-shirt dei T–Rex, una felpa scolorita, jeans e scarpe da ginnastica sporche. Puzzo di sudore ancora prima di sudare, ma sorrido e balbetto. “C’è ancora luce e tempo sufficiente per fare tutto“. Poi sono coriandoli di azioni compiute alla velocità della luce. In bagno, dentifricio, denti, faccia sotto l’acqua, nel cassetto, walkman, quello di vent’anni fa, quando camminavo solo e disinibito con i pensieri e gli amori a fior di pelle, incapace di vergognarmi dei dolori che mi attraversavano. È sporco e graffiato, è arancione, è plastica ed alluminio. Le pile funzionano, da millenni, hanno fatto le radici dentro. Ci infilo una cassetta al cromo che odora di cose accadute una vita fa. Me la ricordo, il secolo scorso, con i titoli delle canzoni scritte a penna e le lacrime, oppure la pioggia che le hanno scolorite, impiastrate, trasformate, allungate.

Che toni di verde! La custodia la infilo in un piccolo zaino. Sa’ ancora di treno, di gamberetti mangiati dieci anni fa in Norvegia, sotto un temporale estivo, a Bergen. A tracolla, la porta, le chiavi, giù per le scale, in cantina, l’odore di muffa (l’esaltazione che batte sulle tempie). Lì sotto, sì, proprio sotto quelle scatole c’è una Bmx rossa e bianca. Gli adesivi scoloriti dai colori acquerello, le meccaniche cromate intaccate dalla ruggine ma tutto sommato ancora funzionanti. La tiro fuori con gesti rapidi. Con una mano voglio liberarla dalle ragnatele e dagli anni di silenzio. “Mi hai abbandonato per troppo tempo“, mi sussurra all’orecchio mentre gonfio la prima ruota. “Ma ti perdono, se sarà ancora tempo di velocità e sorrisi, di spensieratezza e gelati mangiati con una mano sola.” Io la guardo divertito e la carezzo, come se fosse un piccolo cavallo di ferro e alluminio. “Non ti assicuro i sorrisi e la spensieratezza, piccola mia“, aggiungo divertito, “ma ci sarà sicuramente velocità, ci saranno discese da percorrere con la musica rombante nelle orecchie.” Lei risponde brontolando con un nitrire di giunture metalliche. Ci vorrebbe dell’olio e quel freno, quello posteriore che è talmente tanto consumato da donare toni suicidi all’impresa. Non importa, non importa davvero. Gonfio l’altra ruota e poi spolvero il sellino. È pieno di graffi. Ogni graffio una caduta. C’è uno squarcio sul telaio di quattro lustri fa. Me lo ricordo l’odore dell’asfalto e la sbucciatura sul ginocchio. La velocità non ne voleva sapere di diminuire, poi il botto improvviso, il dolore lancinante, la sensazione del sudore che scorreva sulle gambe e della vita che ancora irrorava le membra. Ricordo la mano candida di mia madre, il freddo familiare delle dita sulla ferita.

È tempo di andare, sfrecciare fuori dal garage, curvo sul manubrio. Le proporzioni tradiscono gli anni che sono trascorsi. Ma non fa niente. Pedala, per Dio! Pedala, che la catena è asciutta e non c’è più un filo di grasso. Ed il rumore degli ingranaggi non promette nulla di buono. Ma procedo libero, con lo stesso sudore che bagna i pantaloni. Quelle scarpe sporche e puzzolenti sono perfette su quei pedali che sfidano la forza di gravità. E quella felpa si gonfia ancora al vento. I capelli sono solo più brizzolati ma sono lì come l’ultima volta che abbiamo volato per le strade dell’Eur, quasi quattro lustri fa. Nelle orecchie la musica, il fruscio del magnete e delle batterie. I toni tutti verso l’alto, a compensare l’usura del tempo che ha reso le note scure e cavernose. Quando hai una canzone nelle orecchie e tra le gambe una bicicletta che ha la tua stessa età, quando l’amore ti esplode nel cuore e non sai come fermarlo, diventi tutt’uno con l’aria.

Fluttuo, liscio come l’olio, il sudore bagnato dal vento. Le cuffie mi costringono le orecchie in posizioni dolorose. Ma ho un album intero da ascoltare, con cui sognare e, ancora, ricordare. In fondo alla via alberata, superato il velodromo abbandonato, le puttane slave che ti salutano e ti sorridono con i loro fianchi molli, le braccia scottate dal primo sole di maggio. “Dove vai bello? Vieni qui“. Io tiro un bacio con la mano e fuggo nelle strade secondarie tormentate dalle fronde degli alberi. Foglie tenerissime intrecciate l’una sull’altra, l’ombra, il tunnel verde smeraldo. Due isolati, accanto alle macchine parcheggiate lungo i marciapiedi e inondate di polline.
[PAGEBREAK] Ecco, gira a quell’angolo e dirigiti verso quel palazzo. Lo vedi? Quello con le persiane verdi e le tende parasole a righe. Al primo piano ci sono ricordi che ti aspettano, che mormorano e velano il circondario di apprensione. Accosto, e dico a BMX di aspettare e di non fare rumore. Sul pianerottolo con le mani sudate ed il cuore che cerca una collocazione nel petto. Le serrande sono abbassate, i fiori nei vasi sono morti e riarsi. Non c’è nessuno nel giardino ormai incolto. La buca delle lettere è un pasticcio di buste scolorite ed ammassate le une sulle altre. Un tempo bagnate di pioggia invernale, oggi umide di rugiada e di primavera. Dove sei? Dove sarai adesso? Ti ricordi quando la gente ti diceva che ero matto da legare, oppure quando mangiavamo un gelato lungo la strada, appoggiati lungo i muretti abitati dalle lucertole? Erano sogni ad occhi aperti, erano parole che si arrampicavano sugli alberi e fiorivano oltre le chiome, più in alto di qualsiasi foglia, dove noi non riuscivamo a vedere. Da quasi trent’anni non ho bisogno di nicotina e ti immagino al tuo posto, su quel balcone, con i capelli sciolti, i jeans tagliati sotto l’inguine, le magliette più grandi di un paio di taglie da cui si affacciavano, a turno, le tue spalle. Io indossavo pantaloni di lino neri strappati e sandali di pelle scura. Mi dicevi che avevo un pessimo gusto nel vestire. Se mi mortificavo troppo mi baciavi sulla fronte ed a me sembrava di volare.

Dove sei adesso? Questa finestra è sbarrata da anni. Migliaia di foglie sono cadute davanti la tua camera. Lì dentro ci sono ancora il tuo letto, la tua scrivania, le tue fotografie appese al muro, il tuo stereo. E mi viene da chiudere gli occhi per immaginarmi al tuo fianco, su quel letto, con i sentimenti segreti che mi massacravano il petto. Non te l’ho mai detto ma ti adoravo, amore mio. Ed eravamo così vicini a dircelo, stesi sui cuscini, quando le casse dello stereo ripetevano all’infinito:

It’s my own design
It’s my own remorse
Help me to decide
Help me make the most
Of freedom and of pleasure
Nothing ever lasts forever
Everybody wants to rule the world

Dallo zaino tiro fuori la cassetta, che era la tua, con la tua calligrafia. I titoli delle canzoni scompaiono come questi ricordi appesi ad un filo. La tua casa è qui che marcisce, ancora arrivano lettere, la musica di quei giorni è nelle mie orecchie.

There’s a room where the light won’t find you
Holding hands while the walls come tumbling down
When they do I’ll be right behind you

So glad we’ve almost made it
So sad they had to fade it
Everybody wants to rule the world

Questa è per te. Infilo il nastro nella sua custodia e lo lascio vicino alla tua finestra. Quando ti sveglierai potrai ascoltarlo ancora. Con le dita di fantasma fino allo stereo. E la testa appoggiata sui cuscini, come tanti anni fa. Io sarò sulla mia bicicletta, con i pantaloni di lino neri ed i sandali scuri ai piedi. Avrò i capelli solo un po’ più brizzolati ma la stessa voglia di fare il matto per le strade deserte. E quel mangiacassette rovinato sarà attaccato alla mia cinta. Cuffie dotate di spugnette rosse per non tormentare troppo i lobi, il filo bianco sulla maglietta, il movimento ipnotico delle testine che girano. Non ti ho mai detto quanto ti amavo. Giuro che non l’ho fatto. Ho una mano sulla fronte che scotta. Non è febbre è solo l’ansia di un altro giorno trascorso senza memoria. Sono solo un fantasma. Sei solo un fantasma. I titoli delle canzoni scompaiono come questi ricordi appesi ad un filo. Il tuo viso è da qualche parte che marcisce, la musica dei nostri giorni è nelle mie orecchie. Nelle mie orecchie.

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