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Giacomo Toni: Nafta, il nuovo disco brano per brano

 

Si intitola “Nafta” questo nuovo capitolo firmato da Giacomo Toni. Un disco che ci aveva anticipato con un bellissimo 45 giri pubblicato e registrato da L’Amor Mio Non Muore, una ripresa decisamente analogica, come si deve ad una certa filosofia antica di pochissime generazioni. E ci troviamo oggi ad ascoltare l’intero long play e di certo le attese e le aspettative non sono state tradite: quel suo piglio punk da pianoforte “impazzito” così come anche la scrittura irriverente, ironica e decisamente priva di cliché di forma. Un disco “distorto” nella parola e nel modo di fare. Un disco che va digerito con attenzione per portarsi via la bellezza espressiva di tutto questo grande mondo che vive e regna sotto l’effige di “Nafta”. Su LoudVision il consueto track by track da parte dell’autore.

Giacomo Toni, “Nafta” brano per brano

Lo Strano


L’idea è nata in un bar della provincia veneta, sono entrato con un libro in mano e tutti mi guardavano. Mi ha fatto venire in mente uno spettacolo di Bill Hicks. E’ una canzone che parla dell’antintelletualismo. Ho creato un personaggio che rappresenta la sensazione di isolamento e la vergogna della cultura nella provincia profonda, un po’ quello che descrivevano i poeti crepuscolari. Dentro ci sono svariati riferimenti letterari come “si ereditano le leggi come delle malattie” (Goethe), sono espedienti che uso spesso: lavorare la canzone piano piano usando e modificando i miei appunti letterari per metterli al servizio del testo. Musicalmente l’idea ritmica mi venne in mente vedendo un concerto di Dr John a New Orleans durante il viaggio che facemmo nel 2013 in seguito al nostro concerto a Miami. E’ stato il mio primo esperimento di canzone cantata con un time che vagamente ricorda le mescolanze tra jazz funk e hip hop che accadono a New Orleans.

A Nessuno

La canzone che ho presentato a Sanremo nel 2016, l’aveva scelta un manager di Carosello quando la sentì nella mia apertura a John De Leo a Milano. E’ stata rifiutata. In genere nei live dico che le parole sono i pensieri di un uomo che sta guardando la pineta sul mare, in genere provoca ilarità l’ingresso “appena sono ricco mi compro tutta la pineta” così come tutta la seconda strofa… il congegno che ho preparato è una solitudine che pian piano emerge e dal sorriso (seppure amaro) si passa insieme a una serietà silenziosa, in genere funziona. In questa versione su disco volevamo avere una versione di punk emotivamente piatto, freddo, riferendoci al Bob Dylan nella sua fase elettrica.

Cugino Motorio Pasticca


Il personaggio è un rallista. Ne ho conosciuto uno sulla cinquantina nel pub “I bevitori longevi” che prende il nome da una mia canzone. La cosa interessante del suo racconto era che diceva di essere stato il numero uno fino a quando non si è fidanzato e poi sposato. In pratica un certo senso di responsabilità che gli trasmetteva l’idea di metter su famiglia gli impediva di correre come una volta. Tuttavia il mio testo è affrontato in maniera piuttosto misteriosa a partire da “metteva le mani nell’acqua fredda” che è un’espressione della mafia italoamericana che si riferiva ai ragazzi che andavano per la prima volta a uccidere qualcuno, praticamente il primo assaggio di morte. Non so bene perché ma per questa canzone ho studiato il libro “ Il cosiddetto male” di Konrad Lorenz che era zoologo ed etologo. Mi interessava il comportamento delle scimmie in caso di pericolo, infatti ho trovato delle similitudini tra l’atteggiamento sportivo delle corse e dell’orgoglio dei vincitori con certi comportamenti animali come la descrizione “gonfiare la muscolatura, ruotare i gomiti all’infuori, i peli della schiena si rizzano etc…” classica degli scimpanzé , “l’agitazione guerrigliera”, le relazioni tra “pericolo\femmina\entusiasmo\paura” il tutto inserito nel paesaggio novembrino da pianura provinciale che è presente un po in tutto il disco, per riportarlo in un ambiente meno intellettuale e più comune… tra “La palude definitiva” di Giorgio Manganelli e “Ogni maledetta domenica” di Oliver Stone.

TONI COVERChinatown


La canzone è ambientata a Milano (via Bramante, Chinatown). Nella mia testa è la storia di un provinciale che va a vedere la partita a San Siro e si ferma in un centro massaggi, come spesso accade nei miei testi è il sottotesto che mi permette di essere più libero nella scrittura e lasciare qualcosa di non detto. Volevo una canzone solare per creare un disco che affrontasse diverse questioni emotive. Nella prima strofa mi riferisco a Giorgio De Chirico con “La bellezza insensata delle cose” che tramuto in “bellezza insensata del pallone” alludendo a Gianni Brera (pallone metafora dei mondi). E’ un gioco che ho utilizzato in questo disco per camuffare le citazioni alte e abbassarle ad un livello più umano, è un tentativo (utopico?) di arricchire il linguaggio comune, decontestualizzare la frase citata, parlare di bifolchi con le parole degli intellettuali. Infatti, per lo sviluppo del testo ho sfogliato “L’Adalgisa” di Gadda, un libro di racconti ambientati a Milano, citandolo per esempio in “il nostro glorioso artigianato”. Il finale si fa evocativo (nella mia testa), il fascino del mondo orientale viene rappresentato dal personaggio che si volge a Est (Venezia) “l’infinito in un lampione” alludo a “Le fondamenta degli incurabili” di Iosif Brodskij e con “gli occhi riempiti di distanza” cito Faulkner da “Mentre Morivo”. In pratica il progetto prevedeva un testo pieno di citazioni per un personaggio che si va a far fare una sega. Ovviamente è una storia che è successa a me…

Il Porco Venduto Che Sono

È il brano più personale del disco. Lo stile narrativo si rifà a Celine, al flusso di coscienza, alle accuse di collaborazionismo. il testo è volutamente sgrammaticato. vuole essere una confessione di disonestà. L’ossessione contemporanea per l’onestà, mi ha spinto a scrivere questa canzone di getto, cosa che non faccio quasi mai, affrontando i mestieri che avevo fatto fino a quel momento, dividendoli in quattro strofe: 1- idraulico 2- animatore turistico 3- rappresentante di pentole 4- cantautore. Vuole essere un’elogio al tradimento professionale, ridicolizzando il mondo de “l’azienda- famiglia”. Insomma a non prendere troppo sul serio il lavoro (in particolare) e la vita (in generale). Non ci sono particolari citazioni fatta eccezione di “Da pochi a pochi” titolo di Goffredo Fofi .

Ho Perso La Testa


Canzone a doppio binario interpretativo, semplice e d’effetto. Un po il manifesto del mio piano punk, quasi il mio omaggio sporco a Jerry Lee Lewis. Ho perso la testa potrebbe essere uno col cervello bruciato oppure anche semplicemente un’innamorato. Alludo e ironizzo al classico personaggio spaccone (in romagnolo “e sburòn”) pieno di soldi, fighe e che alza le mani, il Maccherone Maramaldo per dirla alla Gadda.

Il Diavolo Marrone

La canzone parla di eroina, ambientazione noir, poiché è vera la storia e parla della morte di un amico e vicino di casa. Essendo troppo coinvolto, l’ho metaforizzata, come fosse uno spettacolo, come se non fosse vera, come se fosse solo una storia. Personifico l’entroterra come se il paesaggio fosse un soggetto pensante e osservante… “è un pubblico per tribunali” è una frase importante del disco, ribadisce che non stiamo a giudicare nulla.

Codone Lo Sbirro


Il brano era in serbo da tanto tempo soprattutto perché mi mancava la chiave musicale per raccontare la storia, ma il canovaccio mi era chiarissimo perché la storia è autentica. Lavoravo in un bar diversi anni fa, era frequentato settimanalmente da un gruppo di poliziotti della caserma di Bologna. Erano sempre completamente ubriachi e mi avevano preso in simpatia. Ho sfruttato il mito del cattivo poliziotto che sequestra la droga per usarla per descrivere la condotta piacevolmente disonesta del gruppo. il finale è autentico. “con la polizia me la so intendere magnificamente” (Goethe)

Inchiodato A Un Bar


Conclusione in piano e voce, solitaria e armonicamente semplicissima, dove il testo è centrale. Qui mi metto a nudo io senza il filtro della creazione di un personaggio. E’ qui che parlo di noi, del nichilismo contemporaneo, del pericolo di una società rinchiusa in se stessa, a “stare a guardare”, a “sedersi in fondo”, con un rimando a qualcosa che è una speranza, qualcosa che potrebbe tornare, la ricerca di un “universo migliore” che è ancora più profonda del “mondo migliore” perché è interiore in quanto parla della condizione umana, dell’uomo all’interno dell’universo.

 

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