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Giacomo Toni: Una scossa al cantautorato

A maggio è uscito il primo disco ufficiale di Giacomo Toni, “Musica per Autoambulanze”, un disco di storie semplice e complesso allo stesso tempo, italiano ma di piglio internazionale, dove l’ecletticità sta non solo nelle parole ma anche nel suono. Un disco che per essere capito ha bisogno necessariamente di una visione acuta, e per essere assaporato un ascolto meticoloso e senza stereotipi. Incontriamo Giacomo Toni e i prodi musicisti della sua formazione live (Roberto Villa, Marcello Jandu Detti, Alfredo Nuti dal Portone e Enrico Mao Bocchini) in fase post cena, tra un bicchiere di vino e una sigaretta, poco prima della loro performance sul palco della Città dell’Altra Economia per la seconda serata del Martelabel Fest. Musica per Autoambulanze loro ce l’hanno raccontato così…

Sarà anche il primo disco ufficiale ma ne hai di strada alle spalle, come mai hai pubblicato un disco proprio adesso? Come nasce Musica per Autoambulanze?
G.T.
È nato soprattutto perché io, Roberto (Villa) e Marcello (Jandu Detti) giriamo insieme da tanti anni per concerti, poi abbiamo incontrato Alfredo (Nuti dal Portone) che è un grande chitarrista, uno che conosce molto di produzione e pre-produzione allora abbiamo deciso di fare un disco un po’ più improntato sulla concezione del disco, di studio, una cosa che noi non abbiamo mai avuto il tempo di fare. Quindi per una serie di coincidenze umane ci siamo trovati a lavorare su una pre-produzione, sui pezzi, e poi la coincidenza è stata l’incontro con Martelabel e la proposta di fare un disco. Quindi l’ultimo anno abbiamo lavorato su questo, non c’è stato proprio un progetto in sé temporale, era semplicemente un incontro di incontri.

Come è far parte della famiglia Martelabel?
G.T.
Noi bene o male ci abbiamo un po’ lavorato. Marcello è il Duca D’Abruzzo che lavorava con i Nobraino, io avevo fatto insieme a Lorenzo dei Nobraino “Gli Scontati”. Quindi per forza di cose mi hanno organizzato il tour. Ci siamo conosciuti, io gli ho fatto sapere quello che stavo facendo, quello che è il mio lavoro e loro hanno accettato la cosa: a quanto pare sembrava interessante. Quindi noi abbiamo fatto il disco. Un bell’incontro. Per quanto ne so sono la migliore etichetta italiana indipendente quindi siamo orgogliosi di far parte della famiglia.

Ma non è perché ci stanno ascoltando, vero?
G.T.
No, davvero, io sono molto contento. Lavorano molto bene, sono dei ragazzi che lavorano un sacco.

A proposito, hai accennato a “Gli Scontati”, il progetto con cui tu e Lorenzo dei Nobraino avete omaggiato Paolo Conte. Tornerete ancora a lavorare insieme?
G.T.
No, non succederà mai più. Non voglio più lavorare con quella gente! (ride)

“Il Bevitore Longevo” ha seppellito tutti i suoi amici astemi e non fumatori, quindi chi vuole campare cent’anni deve farsi gli affari propri o bere vino?
G.T.
In realtà “Il Bevitore Longevo” è il racconto di un storia che non ha nessuna morale. Anche perché la morale in sé, se uno campa 100 anni facendo i cazzi suoi, potrebbe sembrare filo mafiosa come concezione. Dall’altra parte a uno non è che gli si può consigliare di bere tantissimo. Ho raccontato la storia di uno che campa più di quelli che gli dicono “smetti”. In realtà il concetto di partenza è il concetto delle canzoni popolari vecchie dove si usa un po’ un pretesto per umiliare tutti gli altri sistemi di potere della società, quindi è un pezzo dove muore un prete, muore un carabiniere, un capo di fabbrica… Quindi quello è in realtà il gusto, non tanto la morale.

“Ode Al Meccanico Mite” nasce dalla rottura del radiatore della tua auto?
G.T.
Quella si, è nata da una storia vera. Ero a Milano perché volevo cercare un po’ di date poi non ne ho trovato neanche una. Ed è successa questa storia qua: sono arrivato in tangenziale e mi si è rotto il radiatore, allora ho preso la rampa con l’inerzia del furgone, sono arrivato e ho trovato un meccanico che mi ha aggiustato gratuitamente il radiatore. Allora mi sono ripromesso di fare una canzone su quest’uomo che non rivedrò mai più ed è venuto fuori “Ode al Meccanico Mite”. A quanto pare a qualcuno piace, se la ricorda, mi fa particolarmente piacere perché è una delle poche storie vere che ci sono dentro al disco.

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C’è un brano a cui ti senti più legato?
G.T.
Mah, io sono legato a un po’ a tutti i brani di questo disco. Tant’è che in realtà ne avrei dovuto cannare qualcuno ma non ce l’ho fatta. In realtà, per quanto non ne posso più di eseguirlo, “Il Bevitore Longevo” è quello a cui devo un po’ di bene perché è quello, forse l’unico, che piace un po’ alla gente. Visto che poi la gente mi chiede sempre quello, lo faccio volentieri e gli voglio bene, però è quello senz’altro più riuscito.

Una delle tue canzoni con la 900 Band si intitolava “Frontman Esitante”, ti senti ancora esitante?
G.T.
Quella era una storia che non rappresentava me, io interpretavo un personaggio che era quello che avevo visto veramente in un jazz club a Bologna: avevo visto un sassofonista che era deriso da una tavolata davanti, lui probabilmente sentiva e quindi si intimidiva sempre di più. E mi ha proprio incuriosito quella situazione, siccome io l’ho vissuta anche tante volte. Per dire, 3 giorni fa ero ad un concerto dove c’era uno che mi diceva “Imbecille! Imbecille! Imbecille!”, me l’ha detto 30 volte…(tutti ridono) E la situazione ricorre per chi va in giro a suonare, quindi l’ho fatto un po’ per solidarietà, per quando uno si trova in una situazione imbarazzante che può essere musicale ma che può essere anche un’altra, lavorativa in generale o sociale.

E sul vostro palco come si gestisce l’esitazione?
G.T.
Mah io sul palco vado abbastanza a casaccio! Noi abbiamo costruito un progetto sonoro nei minimi dettagli, poi quando siamo sul palco agiamo un po’ a caso a livello di impatto teatrale, ognuno ha il suo modo. Direi che quasi nessuno è esitante. Quando il personaggio che bisogna raccontare nella canzone lo richiede lo facciamo, però è proprio una scelta teatrale.

“Musica per Autoambulanze” è il tuo primo disco ufficiale ma in realtà già hai autoprodotto 3 dischi con la 900 Band e hai tenuto concerti in lungo e in largo per l’Italia, quanto importante la tradizionale gavetta per un artista?
G.T.
Se vuoi ti posso rispondere con le parole che ho sentito dire dal mio contrabbassista (Roberto Villa) ieri prima di andare a dormire in un letto sudicio. Mi ha detto, testuali parole, “Certo che se arriviamo da qualche parte, porcoddio, la gavetta l’abbiamo fatta” (risate generali).

Torniamo per un attimo alle origini. Tu nasci come pianista, come ti sei avvicinato a questo strumento?
G.T.
Non so come, non so perché. Da molto piccolo, avevo 6/7 anni, ho chiesto ai miei genitori di mandarmi a lezione di pianoforte, loro mi hanno preso un pianoforte a noleggio e ho cominciato a studiarlo. Ho fatto un po’ di conservatorio fino al terzo anno, poi ho smesso. Comunque ho sempre studiato il pianoforte, in realtà non ho ricordi prima del pianoforte. Poi con la conoscenza del rock&roll e dopo dei cantautori… In realtà le canzoni le ho sempre scritte, anche quando ero piccolo, erano tipo delle imitazioni improbabili di Baglioni e Battisti. Tra l’altro erano anche più belle di quelle che faccio adesso. Prima o poi le tiro fuori, nel prossimo disco ci metto le canzoni di quando avevo 8 anni!
A.NdP. Come diceva Villa “è più probabile che uno sia un coglione a 40 anni che un genio a 10″.

[PAGEBREAK] Che ci dite dei riferimenti musicali – italiani e internazionali – che si trovano in Musica per Autoambulanze?
G.T.
Ma guarda su quello in realtà vorrei far rispondere a quelli che hanno fatto la pre-produzione artistica del disco perché il mio approccio è sempre stato di raccontare una storia e quindi mi preoccupo poco dei riferimenti musicali. Siccome, secondo me, questo disco ha una costruzione che vuole dire qualcosa nella musica d’attualità ed è stato seguito soprattutto da Alfredo, magari può dirci qualcosa lui…
A.NdP. In realtà è normale che quando si lavora con un cantautore alla fine la cosa che importa è la canzone che è stata scritta e insomma quello che lui ha da raccontare, la sua personalità, le cose più importanti sono sempre quelle. Però ci è parso, all’inizio del lavoro su “Musica per Autoambulanze”, che questo elemento ineliminabile del cantautorato fosse anche ipertrofico, nel senso che un vero lavoro sul sound, su un progetto sonoro come ha detto Giacomo, ci sembrava che non fosse mai stato fatto a livello cantautorale. L’idea di una band che suona con un attitudine, con un’idea nei confronti dell’arrangiamento spesso anche radicale, tendenzialmente, almeno dal punto della volontà innovativa, ci è parso non esistesse nel panorama del cantautorato. Quindi l’idea di Musica per Autoambulanze è quello di portare un suono internazionale al’interno di un disco di un cantautore italiano, italianissimo. È un operazione che ci stiamo anche rendendo conto che viene recepita si e no, nel senso che chi è attento al cantautorato è attento magari ai testi, alla personalità di chi sta cantando, e non si rende conto che il contorno invece è stato costruito in una maniera radicalmente opposta. Per cui se suoni il pianoforte e canti stai copiando Paolo Conte, poi magari non si sente che sotto ci sono dei fiati free jazz e le chitarre dai suoni cute. Cioè non importa, contano proprio gli stereotipi. C’è uno che suona il trombone allora sei un’orchestra di swing, non conta se magari c’è Aphex Twin che mette le basi. No, c’è il trombone allora sei un coglione che fa swing. Volevamo cercare di dare una scossa a questa visione portando un po’ di attitudine più contemporanea all’interno di un disco di un cantautore.

E perché secondo voi non viene colto questo modo trasversale di fare cantautorato?
A.NdP.
Mmm, diciamo che solitamente quando la critica più indipendente accoglie un disco di un cantautore, il cantautore è sempre un coglione perché comunque già cantare in italiano è una menomazione per alcuni. Per gli appassionati dei cantautori, proprio perché il cantautore italiano è diseducativo dal punto di vista del sound perché hanno tutti un sound di merda (anche i più grandi, salvo alcune illustri eccezioni), non sono abituati ad ascoltare del suono e dell’attitudine. Quindi sostanzialmente è un disco che ancora attende di avere una critica, almeno secondo me. Però è il senso della polemica, il senso più fertile del pólemos di un disco, polemica nel senso buono cioè tu fai una proposta, è un’operazione, quindi probabilmente ci vuole del tempo oppure non verrà capita mai perché è antistorica. Vai a capire, ce la chiediamo anche noi questa cosa.
Io credo che i concerti da questo punto di vista mettono sempre a posto tutti. Discograficamente è più difficile porsi: l’ascolto di un disco adesso avviene in maniera molto distratta quindi non ci aspettiamo che tanto facilmente venga colto il senso di un’operazione che in realtà è anche storicamente e culturalmente motivata, quindi richiederebbe un pubblico di affezionati che forse ancora non abbiamo in misura tale da poter creare un fenomeno.
G.T. Comunque il nostro progetto va avanti per il fatto che i nostri live funzionano in generale sempre. Il pubblico che incontriamo ci vuole bene e lo capisce subito dal vivo, lo capisce chiunque. Nel disco l’approccio soprattutto di chi non ci ha mai visto dal vivo è più difficile perché richiede un orecchio che forse adesso la direzione degli “utenti”, degli ascoltatori musicali, non è più adatta. Non è più attenta a cercare certe cose.

C’è speranza?
G.T.
Ma no, non ce ne è, ma neanche una! (ridono tutti)

Ma dai, un po’ di ottimismo!
G.T.
Noi siamo contentissimi perché in realtà portiamo delle cose che sono anche difficili, sia dal punto di vista della struttura letteraria e anche musicale, alla portata di tutti. E quella è una cosa che mi piace molto. Noi abbiamo riferimenti musicali che senz’altro non sono di massa sotto certi aspetti e noi siamo riusciti secondo me, in qualche punto, a metterli alla portata di tutti perché in Italia alla portata di tutti significa dare un messaggio comprensibile e chiaro: l’italiano nel testo aiuta in quel senso.

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