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Giallo, bianco e zucchero

Abbiamo incontrato il regista di “Kakraki”, che ci ha raccontato come, tra corruzione e fedeltà a un carattere nazionale secolare, la Russia sia ancora oggi ancorata al proprio passato. In cui si agitano gli echi della grande arte di Dostojevski e Gogol.

Che cosa rappresenta Nikolaj Gogol per lei e per il film?
Per me Gogol è innanzitutto il Gogol Mogol, una bevanda russa fatta con il chiaro ed il giallo dell’uovo e con lo zucchero. Non è una coincidenza che questa bevanda viene chiamata così dopo Gogol, visto che rappresenta ampiamente il carattere russo, dove c’è il giallo, il bianco ed anche un po’ di zucchero. L’ampia natura russa, dice Dostojevski, non sarebbe male renderla un po’ più contenuta. Parlando seriamente Gogol è molto presente in questo film. Un esempio su tutti: il tema degli stivali nel momento del suo funerale, riferimento a quanto le scarpe fossero una sua fissazione.

Quali sono i punti di contatto tra quella Russia di Gogol e quella di Putin?
Parlando di relazioni umane, che è quello di cui tratta il film, non è cambiato nulla. Avrei potuto girare il film in un setting dell’800 cambiando pochissime cose e con un adattamento davvero minimale. Le persone continuano sempre ad innamorarsi, ad annoiarsi, a tradire, a voler uscire dal guscio dove si sentono intrappolate. Prova gli stessi tipi di disagi, e godono per le stesse cose di cui godevano cent’anni fa. Le relazioni non sono cambiate per niente, l’unica differenza è l’ambiente storico.

Ma la struttura sociale di adesso non sarebbe più impattante, realisticamente?
Chiaramente, il sistema burocratico, che è un tema tangente il nostro personaggio, oggi impatta molto di più nella struttura della vita di un uomo che nell’800. Sebbene già in quel periodo molti famosi scrittori come Checov, Dostojevskji e altri ancora hanno evidenziato l’impatto della burocrazia nella vita delle persone, di questi tempi stranamente non se ne sente più parlare.

A proposito di questo tema: c’è quella scena nel film in cui vediamo un episodio di corruzione. Quanta corruzione c’è nel settore pubblico russo? E i media sono presenti in modo costante ed asfissiante come da noi su questa materia?
Questo tipo di giornalismo esiste e non è tanto importante il fatto che sia aggressivo quanto leale rispetto alla professionalità che lo contraddistingue. Anche nel film ognuno fa il suo lavoro. La persona che va ad arrestare il nostro personaggio non è un buono, né un cattivo, ma sta semplicemente facendo il suo lavoro.
Di corruzione nel nostro Paese ce n’è sempre stata tanta, specialmente nel mondo pubblico. Quando vedi un viceministro alla cultura in televisione che indossa un abito da dodicimila euro e un orologio al polso che ne vale non meno di duemila, dei ragionamenti sui suoi giri offshore di denaro li fai. Questo è un sistema che da noi ormai non può cambiare.

Come avete selezionato gli attori?
Non ho avuto difficoltà a trovare le persone giuste per questo film. Mio padre è stato il direttore artistico del teatro Stanislavski per venticinque anni. Mia madre ha lavorato lì come costumista. Mio bisnonno era Marlon Brando. Crescendo tra teatro e cinema ho conosciuto molti attori bravissimi. Molto spesso le persone che coinvolgo sono persone motivate ed innamorate del progetto e che non accetterebbero un lavoro solo per il compenso. Non sono inoltre persone adatte ad interpretare il ruolo dei supereroi o dei killer o di altri stereotipi occidentali.

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