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Giancarlo Giannini e la cura per i dettagli

Giancarlo Giannini, l’ultimo reduce della grande stagione della commedia all’italiana.
È bello quando uno dei tuoi idoli di sempre prende forma reale davanti a te, e in più si rivela una persona affabile, gentile e disponibile.

Giannini ha catalizzato l’attenzione di stampa e giuria nella terz’ultima giornata del Festival di Giffoni. La magnifica voce dell’attore e doppiatore è risuonata per tutto il pomeriggio commentando, pontificando, affabulando le eterogenee platee che si è trovato di volta in volta davanti fino a sera inoltrata. E qui bisogna spiegare a voi lettori come funzionano i meccanismi interni del festival: il sottoscritto è riuscito, finora, a intervistare vis-à-vis solamente Dario Argento e Giannini perché sono gli unici che hanno esteso la loro conferenza stampa fino a soddisfare tutte le testate presenti. I tre quarti d’ora canonici dedicati alle interviste vengono fagocitati da TV e quotidiani cartacei, senza alcun rispetto per colleghi che magari sono lì in fila da ore e ore. Finito il momento retroscena, andiamo a riassumere l’incontro di Giannini con i ragazzi prima di passare alla mia intervista.

Ad una domanda sullo stato attuale del cinema italiano l’attore risponde così: «Non mi piace molto quello che si fa oggi – ha detto ai ragazzi – le fiction ad esempio guardano troppo alla realtà, dovremmo giocare di più con le storie. Insegno al Centro sperimentale di cinematografia a Roma e ho un ottimo rapporto con i giovani. Sono venuto a Giffoni tanti anni fa – ha aggiunto – e allora come oggi, rimasi molto stupito; qui i ragazzi si scambiano idee, è una vera esperienza per loro e per noi. Qui si parte da immagini, storie e fantasia. I giovani hanno il piacere di curiosare dentro se stessi e scoprire ogni giorno cose nuove. È un momento molto confuso per il cinema italiano, forse cerca una sua identità, ma non è la mancanza di denaro che fa fare pochi film. Negli anni subito dopo la guerra, il cinema nasceva spontaneo. Anche se, come mi diceva Roberto Rossellini, anche in quegli anni si poteva fare un film costoso, infatti lui aveva scelto la Magnani e Fabrizi per “Roma città aperta”, i due attori di punta in quell’epoca».

Tantissime le curiosità dei ragazzi sui suoi film e sui ruoli che ha interpretato. «Ci sono tanti modi per interpretare un personaggio – ha spiegato Giannini – tante scuole, tanti metodi, ma la migliore resta sempre il divertimento di inventare storie e personaggi. Io sono ispirato dalla natura per creare personaggi che siano più vicini ai fenomeni naturali e sempre meno alle cose reali. Parto da qualcosa di esterno, per poi arrivare all’anima del personaggio. “Sesso Matto ad esempio è stato un divertimento – ha concluso – per me è stata la farsa per eccellenza, un po’ come i film di Totò. Cambiare aspetto è stato un gioco. Sono stato aiutato da Enrico Job, marito della Wertmüller, un grande costumista. A me divertiva, ma il risultato, come sempre, non è stato privo di critiche».
[PAGEBREAK] Dopo un momento di relax in cui Giannini fuma una sigaretta dietro l’altra, eccolo finalmente sedersi sul divanetto al mio fianco così da permettermi di rivolgergli le mie domande.

Attore, doppiatore, anche insegnante, quale di queste tante figure professionali riconosce più sua e perché?
Io credo che l’uomo debba avere un’apertura mentale nella vita a 360 gradi. Se io avessi deciso di fare l’ingegnere e fare ponti, ad esempio, mi sarebbe piaciuto lo stesso. Bisogna sempre prendere l’esperienza dagli altri, farla propria, e poi proporre cose nuove tenendo presente quell’esperienza. Io non sapevo nulla del mestiere dell’attore, poi ho cominciato a studiare, ho iniziato dai primordi del cinema, da Buster Keaton, ho provato davanti allo specchio a recitare di tutto, perfino i sonetti di Foscolo.

Quindi per emergere in questo come in altri ambiti lavorativi è necessario studiare il passato prima di provare a elaborare il futuro?
Esatto. Ma soprattutto il messaggio che vorrei mandare è quello di non fare mai le cose a tirar via, ma cercare sempre di farle bene. Anche quando ci prepariamo un piatto di spaghetti, ad esempio, cerchiamo di farlo buono: mettiamo la stessa cura nel tagliare i pomodori e le cipolline che metteremmo per prepararci per un colloquio di lavoro. È una palestra per la vita. Non bisogna accettare di sottomettersi al cibo spazzatura: partendo da lì si finisce per accettare il livello McDonald anche nei rapporti umani, e non si torna più indietro. Bisogna curare la qualità e la bellezza, altrimenti non vale la pena vivere. Oddio, forse sono stato troppo tragico. E prolisso…

Assolutamente no. Mi piace molto questo modo di guardare alla vita nella sua totalità. Possiamo riassumere con un imperativo: curate i dettagli?
Curate i dettagli e aprite gli occhi, imparate ad osservare la bellezza intorno a voi, non dico solo un quadro di Michelangelo o di Caravaggio, ma anche un paesaggio, uno scorcio, un volto. Imparate ad andare all’essenza delle cose, a crearvi una vostra propria essenza. Diventerete delle persone migliori e riuscirete a disvelare le apparenze al primo sguardo.

Rimarrei ad ascoltarla per ore, ma quest’intervista ha un tempo limitato. Vorrei anche parlare della sua carriera di doppiatore. C’è qualche attore, hollywoodiano e non, con cui sente di avere un feeling particolare nel prestargli la voce?
Beh, sicuramente Al Pacino, ma anche Jack Nicholson. Li conosco personalmente, tra l’altro, e sono due persone simpaticissime. Hanno dei ritmi simili ai miei, quindi per me non è molto difficile doppiarli. Ho trovato più difficoltà, ad esempio, con Ian McKellen per “Riccardo III” o Mel Gibson in “Amleto”: non per caso ho nominato cose shakespeariane perché il lavoro di traduzione dal testo teatrale, l’adattamento da un inglese accademico che deve mantenere certe dinamiche, certi accenti, è un lavoro molto complesso. Ma in generale non trovo molte difficoltà a doppiare, non è vero che io sia poi così bravo come dicono.

Mi permetta di dissentire…
Vedi, quando hai a che fare con del lavoro fatto bene, con amore, e qui torniamo a quello che dicevamo prima, è molto più facile sintonizzarsi su quella lunghezza d’onda e fare anche tu un buon servizio a quel lavoro. Mi è capitato di lavorare in teatro con mostri sacri, Giulio Brogi ad esempio, e mi veniva molto facile stare dietro ad attori di cotanta bravura. A volte con Brogi avrei preferito anch’io stare tra il pubblico a godermi lo spettacolo piuttosto che essere impegnato lì a recitare. Per anni gli attori bravi volevano essere circondati da colleghi meno bravi, i cosiddetti “cani”, per risaltare di più, perché l’attore anche bravino cresce immensamente a contatto con i grandi professionisti. E a volte li supera. A me, ogni tanto, è capitato.

Finisce con una risata e una stretta di mano il mio colloquio con Giannini, che avrebbe bisogno di un corrispettivo audio perché sentire i concetti che avete appena letto enunciati con “quella” voce è sicuramente diverso. Mezzo secondo dopo l’attore si accende l’ennesima sigaretta e scompare nella notte fagocitato da fotografi, addetti stampa e galoppini vari. Abbiamo un gran bisogno di maestri di questo livello oggi, abbiamo bisogno che quella generazione che ha reso grande il nostro cinema cerchi di tramandare il proprio sapere. Giannini lo fa, ed anche per questo continuiamo ad apprezzarlo immensamente.

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