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Gianluca Maria Tavarelli presenta Una storia sbagliata

Il regista Gianluca, il produttore Carlo Degli Esposti e gli attori Isabella Ragonese e Francesco Scianna hanno presentato a Roma il film “Una storia sbagliata” (qui la nostra recensione): ci hanno raccontato non solo i retroscena della storia ma anche la scelta di un nuovo tipo di distribuzione.

Il film ha avuto una distribuzione particolare perché uscirà al cinema ma ha anche una piattaforma digitale grazie alla collaborazione con mymovies.it; come funziona questa novità e perché questa scelta?

C. Degli Espositi: Il film è il primo esperimento di una nascente Palomar Distribuzione. Abbiamo voluto fare questo esperimento in collaborazione con Distribuzione Straordinaria per dare il nostro contributo a modificare il rapporto tra i film e l’esercente. Io sono stato molto colpito dall’esperimento fatto a Roma da un gruppo di ragazzi appassionati di cinema che hanno deciso di occupare e aprire il Cinema America e frequentandoli in questi anni ho visto centinaia di persone avvicinarsi al cinema in modo diverso.

Sono stato colpito da una cosa che dicono questi ragazzi, cioè che il cinema deve essere partecipato. Io stimo moltissimo Gianluca Maria Tavarelli per la sua professionalità e per la sua capacità di raccontare con delicatezza le cose, è un regista a cui “facevo la corte” da molti anni e quando mi ha proposto “Una storia sbagliata” non ho avuto alcuna esitazione perché è un film che colpisce alla pancia dello spettatore e poi, attraverso la pancia, arriva al cuore e al cervello, che è il modo in cui io voglio raccontare le storie e con cui prendo anche strade diverse dalle solite. In questo momento nel cinema e nella televisione si cerca spesso di colpire la testa per poi arrivare al cuore: io penso che sia sbagliato, che l’emozione sia la caratteristica principale di qualsiasi opera.

Con questo film abbiamo provato a fare una distribuzione diversa, credo che la sala debba essere un operatore culturale a tutto tondo, per cui ho voluto studiare un meccanismo per cui alcune sale hanno firmato un accordo trilaterale con Palomar e mymovies.it per avere un ritorno sui download, cioè la sala diventa il distributore non solo della proiezione della pellicola in loco, ma anche nella sua macrozona di tutti gli altri sfruttamenti, e penso che se andrà bene questo esperimento ne faremo un altro in autunno con un altro film Palomar e inizieremo a dare all’esercente contemporaneamente in sala anche i DVD e i Blu-Ray per la sua zona. Sono piccoli esperimenti per cercare di movimentare e non farci dire sempre “Quanto sono belli i film americani!”, perché noi, se conserviamo un minimo di orgoglio, siamo molto più bravi ad emozionare e questa ne è una dimostrazione.

G.M.Tavarelli: Sono molto contento di far parte di questo esperimento perché penso che oggi si debba assolutamente trovare un nuovo modo per distribuire i film. Il cinema è cambiato, la società è cambiata, non si può pensare di continuare a distribuire con gli stessi canali, ma ne servono di nuovi per coinvolgere il pubblico, per convogliare interesse sul film. Ci sono tanti pubblici e ogni pubblico va rispettato nel suo ambito, chi preferisce vedere un film a casa e chi al cinema, e penso che questi due universi si aiutino e si sostengano e non siano in conflitto. Credo che i film ora soffrano molto per questa struttura distributiva vecchia che non regge più.

Questa storia è focalizzata sui drammi e soprattutto su chi resta e deve continuare la sua vita, è una storia anche antiretorica in cui non ci sono eroi ed eroine, cosa avete voluto trasmettere?

G.M.Tavarelli: Dobbiamo accettare di vivere in un contesto sociale in cui la guerra ora è ovunque e in qualche modo il privato, una piccola storia d’amore come tante, si può trovare oggi in uno scenario internazionale, si può trovare di colpo proiettata nel mondo. Mi sembrava interessante che la protagonista di questa vicenda fosse una donna, che prende in mano la sua vita, parte dalla provincia, si mette su un aereo, va in una zona di guerra e là scopre, guarda, impara, comprende le ragioni dell’altro, ma allo stesso tempo comprende anche le sue, capisce cosa stava lentamente logorando il suo rapporto con il marito. Credo che una delle cose tragiche della guerra sia che te la porti a casa, la porti dentro, qualcosa che non riesci a condividere con nessuno perché noi che siamo qui non sappiamo realmente cosa possa aver vissuto l’altro. Quindi mi interessava raccontare che bisogna andare lì e vedere. Io andai con Emergenza Sorrisi, che opera bambini dal labbro leporino, e rimanemmo un mese in Iraq, lì ho visto e capito cose che altrimenti non avrei capito.

Isabella Ragonese (Stefania): Quando mi è stato proposto questo film mi è sembrato subito di una grande verità, soprattutto perché poi l’esperienza del personaggio si è sovrapposta con la mia personale perché ho vissuto quei luoghi, quindi ho dei ricordi di vita che si accavallano a quelli del film. La sceneggiatura mi ha sorpresa nel momento in cui il mio personaggio è partito credendo di avere meno pregiudizi, parte con una missione umanitaria ma senza avere in realtà nessun intento umanitario, parte con l’egoismo e la rabbia di un dolore che spero lo spettatore riesca a sentire. Lei arriva in quei luoghi con uno spirito quasi irrazionale, è qualcosa di “animale” che la porta ad andare lì e vedere quello che il marito non riusciva a spiegarle. E’ un percorso di conoscenza. Io credo che i sud del mondo si somiglino, andando lì ho trovato tante differenze ma allo stesso tempo la mia attenzione si posava più su quello che ci accomunava e questo è secondo me, un buon punto di partenza per rileggere questa distanza che sembra sempre più grande tra oriente e occidente. E’ anche una riflessione sulle guerre contemporanee; ora c’è un’informazione massiccia ma credo che ci siano solo due modi per poterle vedere davvero, o andando lì o attraverso il cinema, la cultura, ed ecco per me il grande valore di questo film.

Francesco Scianna (Roberto): Roberto è un soldato che va avanti e indietro con la sua coscienza ma anche con la sua incoscienza, nel senso che per me la cosa bella da raccontare a livello interpretativo era quella di restituire questo momento in cui lui si perde. La cosa che è venuta fuori conoscendo ragazzi che hanno fatto queste missioni era proprio che da una parte c’è il segreto militare, quindi non puoi riferire alcune cose neanche alla persona che ami, ma dall’altro lato c’è la difficoltà di fidarsi totalmente. Lui parte con questo matrimonio con Stefania e con la missione, in quel momento è un legame talmente forte che poi quell’esperienza diventa parte della sua vita, ma vuole comunque tornare a casa; però quando torna a casa si sente perso perché quello che ha vissuto è troppo più forte del quotidiano. Quello che volevo portare era questo smarrimento. Una delle cose più belle del film credo sia vedere come alla fine nel dolore, nell’amore, gli esseri umani si ritrovano.

Il film è stato girato in Tunisia, come avete lavorato per riuscire ad ambientare una storia che si svolge in realtà in Iraq?

G.M.Tavarelli: Siamo stati nel 2009 a Nassiriya con Emergenza Sorrisi e dovevamo girare lì, poi sono serviti dei mesi per chiudere la progettazione del film quindi la situazione era cambiata ed era più complicato andare. Abbiamo comunque cominciato la preparazione, ma una settimana prima di partire ci fu un attentato quindi abbiamo deciso di andare in una zona più sicura, al sud della Tunisia. Ho fatto una serie di sopralluoghi ma quelle zone sono comunque molto simili. La cosa bella è che lì abbiamo potuto lavorare con la gente, tutta la popolazione è stata mobilitata nel film e ci siamo immersi in quella realtà.

Dal cartellone potrebbe sembrare solo un film sentimentale ma è in realtà un film molto politico?

G.M.Tavarelli: L’uomo alla fine è un animale politico. Non è un caso ad esempio che i protagonisti siano di Gela, dove c’è la raffineria che ha portato a malattie e malformazioni. E’ come se ci fosse un filo rosso che lega tutti i sud del mondo con i loro problemi e le loro guerre, tanto che la protagonista parte da un posto per arrivare in un altro, e alla fine non trova tutte queste differenze.

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