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Gianni Maroccolo: Schegge di un pirata

La voce cordiale del musicista risponde al telefono dalle parti di Livorno, dove è impegnatissimo nella scrittura e registrazione di “Nulla È Andato Perso”, opera prima del progetto Vdb23. L’album è destinato solo ed esclusivamente a coloro che, tra dicembre e febbraio, contribuiranno al finanziamento dei lavoro attraverso la piattaforma Musicraiser. Si tratta di una nuova (e inattesa?) ripartenza per un artista e produttore che, sin dagli anni ’80, ha cavalcato in lungo e in largo la scena indie italiana. Ecco quello che racconta a LoudVision.

Ciao Gianni e benvenuto su LV. Mi sembra che la raccolta dei 9mila euro su Musicraiser stia andando benone, no?
Sorprendentemente sta andando benissimo. Ho la fortuna di avere combinato qualcosa in questi vent’anni, ottenendo un seguito di persone appassionate e affettuose. Ma un riscontro del genere non me l’aspettavo, anche perché la formula scelta è abbastanza complessa e difficile da comunicare. Un ottimo segnale sulla possibilità di produrre musica e cultura in modo diverso.

È stata una scommessa difficile da intraprendere?

No, perché la garanzia di onestà intellettuale e artistica di Giovanni Gulino, che sta dietro Musicraiser, è assoluta. È indipendente e come me è un musicista, oltreché un amico. Ho fatto un po’ da testimonial per la piattaforma e per il crowdfunding in generale. Mesi fa avevo già pubblicato una nota su Facebook, dove mi rivolgevo alla “big family” di cui faccio parte – sin dai tempi dei Csi – per chiedere cosa ne pensassero di partecipare a quello che doveva essere un disco di addio. In un modo che fosse diverso, eliminando filiere e intermediari.

Senza Musicraiser, il disco si sarebbe fatto lo stesso?
Sì, perché appunto è nato come una questione privata – direbbe Giovanni Lindo Ferretti – tra me e la “big family”. Poi Gulino mi ha detto che l’idea si avvicinava molto al crowdfunding, di cui all’estero esistono da anni esperienze simili. Abbiamo parlato della sua idea della piattaforma e abbiamo deciso di farlo insieme. Io mi evito qualche fatica e il progetto non cambia. Questo per dire che il disco e il libro si sarebbero fatti lo stesso. Tanto, dato il periodo, cd non se ne vendono. Avevo semplicemente visto che c’era gente che voleva qualcosa da me e io che avevo voglia di farlo. E dire che avevo deciso di smettere, perché passati i 50 anni non c’era un gruppo o un progetto d’insieme di riferimento. «Probabilmente – mi ero detto – ho fatto il mio tempo». Poi c’è stato l’incontro con Claudio Rocchi e la prospettiva si è rovesciata.

Vdb23, ovvero via de’ Bardi col 23 al posto del 32, giusto? Vuoi chiarire il nome e l’identità del progetto tuo e di Claudio Rocchi?

Giusto. Quando il disco era ancora pensato come una specie di festa d’addio, il titolo che allora mi venne in mente fu “Vdb32/Storia Di Un Suonatore Indipendente”, che contiene palesi riferimenti ad alcune mie esperienze passate. Ho deciso poi di spezzare la cosa in due, quando Alessandro D’Urso ha detto di volere fare un libro bio-fotografico su di me, col contributo dei fan e dei vecchi compagni di viaggio. Poi Claudio ha fatto il resto: è uno spirito psichedelico e creativo, mi ha spiegato che il 23 – secondo la numerologia – è quello che sto realmente vivendo in questo periodo: una mutazione radicale e l’apertura di un nuovo ciclo vitale. Visto così, in sostanza, il 23 rappresenta la realtà delle cose. Ma questo disco è solo la prima parte di un progetto, destinato a proseguire in un’opera musicale vera e propria.

È difficile etichettare la nuova musica, per quello che per ora si può ascoltare. Vorresti descriverla te? L’influenza “psichedelica” di Claudio Rocchi sembra forte.

È vero, ma in partenza il disco voleva già essere una via di mezzo tra le vecchie opere romantiche della musica classica tardo-ottocentesca e la psichedelia degli anni ’70 – primi ’80. Sono le esperienze musicali da cui io provengo e l’idea era di fare un album senza soluzione di continuità, vagamente come “Tubular Bells”. Pensavo però di farlo strumentale, pur con delle collaborazione di amici. Ma ho sentito che la parola mi mancava, forse per via di tutti quelli anni con Piero Pelù e con Ferretti, così ho proposto a Claudio di collaborare al disco. È insomma un incrocio tra quelle che sono le mie radici di musicista e la psichedelia anni ’70.

Il titolo del disco ha qualcosa di autobiografico?
Certo. Di sicuro non mi aspettavo di risuonare con Massimo Zamboni dopo vent’anni; per i Litfiba lo stesso. Poi c’è stata anche la riconquista di un rapporto più naturale con la mia famiglia e la capacità acquisita di manifestare le mie emozioni senza timore di apparire fragile o debole, per amore altrui. “Nulla È Andato Perso”, tra sacrifici e cose andate male o bene, alla fine la vita ti ridà tutto. Forse invecchiare porta anche qualche beneficio! Ritrovo anche le mie origini: in questo disco si sente molto la Sardegna, una sorta di mia terra natia, mentre finora mi ritenevo senza radici. Quando arrivi a una certa età ti chiedi dove potresti andare, se volessi tornare a casa.
[PAGEBREAK] Sulla tua pagina si legge, tra l’altro: «Forse sto recuperando anche le mie radici, che hanno il gusto del mare e che riscopro a ogni risveglio». Vuoi spiegare meglio questa cosa?
Io abito in un paesino vicino a Livorno, in una casupola sul mare. Non ho molti grilli per la testa: amo la musica e amo il mare. La mattina, quando vedo il mare, vedo la Corsica e l’isola d’Elba. Non vedo la Sardegna, ma ci vado spesso. Ho anche scoperto che Claudio, dopo 15 anni da monaco induista passati a fare cose come aprire radio in Nepal, ha deciso di andare a “svernare” in Sardegna, dove adesso abita. Quando vado nell’isola, quindi, lo faccio sia per i luoghi e per gli affetti, ma anche per lavorare al progetto con Claudio.

Come mai il legame con la Sardegna? Hai sangue sardo?
Per niente. Ma mio padre era carabiniere e, quando avevo quattro anni, è stato mandato in servizio in Sardegna, dove la famiglia l’ha seguito. L’isola non aveva una bella fama, a quei tempi. Fatto sta che è quasi come se fossi nato lì, perché me ne sono andato undici anni dopo, di nuovo in Toscana. Abitavo a Jerzu, prima, e poi in provincia di Cagliari, quando mi ero messo in testa di fare l’istituto nautico. A diciott’anni sognavo di imbarcarmi sulle navi mercantili e girare il mondo.

Vorresti anticipare quali sono i temi toccati all’interno del nuovo disco?
Un fil rouge esiste per ora a livello subliminale, perché questo è una sorta di atto zero dell’opera che sto sviluppando con Claudio. Questa parte del progetto è dedicata all’incontro con le persone, all’apertura alla vita nonostante il periodo difficile. E poi c’è il tema dello sviluppo del potenziale umano, di rendere comunque possibili le cose. Pur nella consapevolezza dei problemi e nell’incertezza del domani, un certo passato è finito e occorre andare oltre e provare a mettere in moto qualcosa. Proviamo a sorridere due minuti e a costruire qualcosa dal basso. Quello che ho fatto io, è stato seguire musica e artisti indipendenti sin da quando avevo vent’anni.

A gennaio ti vedremo di nuovo sul palco con i Litfiba. Dove hai trovato l’interesse per tornare a suonare con loro?
Ecco, anche questo è il tema dell’incontro: ritrovarsi con persone che ritenevi impossibile incontrare di nuovo. Qualche anno fa provai a fare arrivare un messaggio a Piero e a Ghigo, dicendo che sarebbe stato bello ritrovarsi per uno o due concerti, magari in onore di Ringo e senza alcuna velleità di modificare lo stato della band. Ma probabilmente i tempi non erano maturi. Non vedevo Ghigo da 22 anni e ci avevo messo una pietra sopra. Quando hanno deciso di fare la festa del 1 giugno a Firenze, mi hanno contattato insieme ad altri ospiti e amici, proponendomi di suonare qualche pezzo degli anni ’80. A me la cosa andava benissimo e, soprattutto il primo giorno in sala prove, è stato veramente emozionante. Dopo dieci minuti ci siamo ritrovati catapultati negli anni ’80, a raccontare le stesse cose e a fare le stesse battute. Da allora l’idea di ritrovarsi in altre occasioni è sempre stata nell’aria. Questo non toglie che i Litfiba siano solo Piero e Ghigo.

I Vdb23 si potranno anche vedere dal vivo?

Assolutamente. Si tratta di un progetto con l’ambizione di durare un paio d’anni e abbiamo trovato la collaborazione della fondazione Romaeuropa, che ci produrrà gli spettacoli. Penso che si parli del prossimo autunno, più qualche comparsata durante l’estate.

In questa stagione non c’è solo la crisi economica al suo apice, in Italia, ma anche la crisi politica. Qual è il commento che fai a caldo, quando qualcuno ti chiede cosa pensi della situazione?
Penso che il contesto sia difficile di per sé, ma venga complicato da una congiuntura sfortunata a livello politico. Non ci sono in giro tante persone di spessore, dotate di etica, al contrario. È impensabile che persone come la Merkel o Berlusconi gestiscano la vita dei Paesi. In generale, penso che stiamo vivendo l’agonia del sistema occidentale, perché la politica non ha più avuto uomini all’altezza per resistere al potere economico e finanziario. Penso che la crisi stia mutando in qualcos’altro. Ma il nostro Paese ha vissuto momenti peggiori, gli italiani sono abituati ad attardarsi in queste situazioni.

Oltre al progetto Vdb23, ce ne sono altri in cantiere?

No, sono troppo preso dai Vdb23, ma anche dalle prove coi Litfiba e da qualche concerto coi Deproducers. Rimango in contatto con un sacco di gruppi e l’etichetta Al-Kemi, con Toni Verona e Beppe Godano, è sempre in piedi.

Chi è che vorresti ringraziare per il tuo ritorno alla musica?
Certamente i signori e le signore “Mi Piace” che sono su Facebook. Poi una persona su tutte: Toni Verona, che da anni mi segue come se fosse un padre.

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