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Il ritorno dei giganti

Ecco finalmente disponibile uno dei lavori più attesi dagli amanti dell’ AOR: si tratta del terzo, agognato album dei mitici Giant, che con i loro precedenti “Last Of The Runaway” e “Time To Burn” avevano infiammato il mondo del rock melodico negli anni a cavallo tra il 1989 ed il 1991, grazie alla esplosiva miscela di melodie assassine e chitarre graffianti che permeava le tracce di quei due mitici album. I Giant erano la creatura dei fratelli David e Dan Huff, che dopo essersi fatti le ossa nei seminali christian-AORsters Whiteheart (correte a riscoprirli!) avevano fondato la band insieme al tastierista Alan Pasqua ed al bassista Mike Brignardello. Per la cronaca, Dan Huff è un affermatissimo turnista, la cui presenza è riscontrata in un impressionante numero di album prodotti nell’ultimo ventennio, tra i quali poterete teovare dischi di Madonna, Michael Jackson, Shania Twain e Celine Dion, solo per citarne quattro. I fans dei Megadeth invece lo ricorderanno per aver prodotto “Cryptic Writings” e “Risk”. Comunque, a due lustri dalla pubblicazione di “Time To Burn” la band dei fratelli Huff si è riunita ed ha partorito il terzo capitolo della sua discografia. Le aspettative, come dicevo, erano altissime. Le prime voci descrivevano l’album come un poco attraente pastiche di B-sides, versioni acustiche di brani già editi e vecchi demo-tapes. Grazie al cielo, il tempo ha portato consiglio e dal collage di ovvietà che si prospettava, l’album si è lentamente trasformato in un vero e proprio disco dei Giant. A questo punto, una domanda sorge spontanea: vista la qualità (immensa!) dei primi due lavori, sarà in grado questo “III” di eguagliare se non di superare quanto espresso dai Giant in passato? La risposta è più complessa di quanto non si possa pensare. Personalmente, ho sempre ritenuto inarrivabili quei due dischi che, tra l’altro, uscendo per due majors godevano di un budget produttivo decisamente diverso rispetto a quello raccolto per la registrazione di “III”. Discorso economico a parte, ero davvero curioso di tastare con mano il grado di motivazione con cui artisti oramai affermati come turnisti, e comunque indaffarati in operazioni di ben diversa caratura, avrebbero affrontato l’appuntamento con un disco di puro rock melodico in un periodo musicalmente “alternativo” e “crossoverizzato” come quello che stiamo vivendo.
[PAGEBREAK]Con queste premesse, ho inserito il CD nel lettore e provato a lasciar parlare la musica. Il risultato è notevole. Diciamo subito che questo disco non è un capolavoro assoluto, e sicuramente non arriva a competere ne con “Time To Burn”, ne con “Last Of The Runaway”. Piantati questi paletti, la mia opinione è che se “Arrival” viene più o meno giustamente considerato IL disco AOR degli ultimi cinque anni, questo “II” si inserisce in una meritata e dignitosa seconda posizione. Detto molto terra terra, non sono ancora riuscito a trovare un disco che fosse uno degno di avvicinarsi alla qualità espressa dai nuovi Journey o dai redivivi Giant. Certo, ci sono state release molto valide, dischi anche molto belli, ma questi due album rappresentano la quintessenza del rock melodico del terzo millenio. L’album dei Giant non è altro che questo: un grandissimo disco AOR, estremamente melodico ma grintoso quanto basta, ottimamente prodotto (una vera rarità, di questi tempi) e che lascia perplessi per due soli motivi. Il primo è la durata – si tratta di un disco tutto sommato breve, considerato che degli 80 minuti sfruttabili ne sono stati impegnati solo poco più della metà. Comunque, data la qualità non credo sia il caso di lamentarsi. Il secondo motivo è rappresentato dal fatto che, per quanto rielaborati, ri-registrati etc. etc. l’album si compone di 9 (10 se consideriamo la breve intro chitarristica di Dan Huff) brani che tutto sono tranne che appositamente scritti per “III”: per i fratelli Huff non deve essere stato troppo difficile infatti andare a recuperare tutto quanto giacente in “cantina” che non fosse già stato utilizzato negli album precedenti. Provate a dimenticarvi di questi fastidiosi nei, e vi troverete ad ascoltare un disco di rara bellezza, che riporta in auge una band di cui, onestamente, si è fin troppo sentita la mancanza. “Combustion” è la breve intro che apre l’album e che vede uno stratosferico Dan Huff far parlare la sua chitarra come pochi altri possono permettersi. “You Will Be Mine” chiarisce subito gli intenti della band: è il tipico uptempo Giant-style, dotato di un refrain micidiale e di un groove che non può non riportare ai tempi d’oro in cui questo genere dominava le classifiche. “Over You” possiede un’irresistibile appeal commerciale, esaltato dall’ennesimo chorus assassino. “Don’t Leave Me In Love” è il primo singolo tratto dal disco. Si tratta di uno slow manieristico ma splendidamente proposto dalla band. La chitarra torna a graffiare nella successiva “Love Can’t Help You Now”, che ci aiuta a ricordare cosa voleva dire Arena Rock. “The Sky Is The Limit” non avrebbe stonato su un qualsiasi album dei Van Halen mentre con “End Of The World” il ritmo rallenta per la seconda ballad inclusa nell’album. “Oh, Yeah” probabilmente vincerà il premio per il titolo più stupido dell’anno, ma a parte questo il pezzo è davvero indovinato, pur ricordando fin troppo da vicino certe cose dei Def Leppard. “Can’t Let Go” è un lentone da brividi, magnificamente sottolineato dalla voce di Dan Huff: uno degli highlights di un disco che si chiude sulle note meno seriose di un brano come “Bad Case Of Loving You”, composto da Moon Martin ed in passato portato al successo da Robert Palmer. In definitiva, un disco superbo. Se considerate che i brani qui inclusi erano stati scartati in quanto non all’altezza di quanto fu poi incluso di “Last Of The Runaway” e “Time To Burn”, avrete ben chiara di quale sia la valenza dei Giant in ambito AOR. Ora, però, il sottoscritto ed i molti fans si aspettano un “vero” nuovo album: cari fratelli Huff, fateci sognare

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