Home > Recensioni > Giardini Di Mirò: Il Fuoco

Silenzio in sala

Il tormento amoroso da sempre nutre gli artisti e le loro opere. Ma quando quel turbinio di sensazioni si tramuta in ossessione, il dolore ha la meglio su tutto il resto, anche sulla propria arte. Succede questo ai protagonisti de “Il Fuoco”, pellicola del 1915 diretta da Giovanni Pastrone. Un pittore (Febo Mari) perde la testa per una poetessa (Pina Menichelli), il sentimento non ricambiato porta all’impotenza creativa, alla pazzia, alla solitudine.

Tre atti di un melodramma dannunziano che il Museo Nazionale del Cinema di Torino ha deciso di restaurare affidando la sonorizzazione ai Giardini Di Mirò. Un’occasione da prendere al volo per una band che gode del buon gusto della sperimentazione. Un lavoro – intitolato, appunto, “Il Fuoco” – che entra nella discografia ufficiale a due anni di distanza dal terzo “Dividing Opinions”.

“La Favilla”, “La Vampa” e “La Cenere”: tre capitoli raccolgono dodici tracce che danno melodia ad un incontro che compie i propri passi su di un amore straziante, e senza speranze. Come tutti i grandi amori. Suoni – arrangiati da Emanuele Reverberi – che prendono vita anche fuori dal maxischermo, quando gli archi suggeriscono corpi in movimento, respiri profondi e sguardi malinconici. Il cuore batte al ritmo delle note, come nel più arcaico dei suoni. Poi arrivano le chitarre a richiamare i paesaggi e gli odori. Il tatto non riesce a star fermo, partecipa al gioco ed entra in scena. E, per magia, quell’incontro sembra il primo della tua vita.

“Il Fuoco” è un disco racchiuso in se stesso, nel quale bisogna entrare pian piano, seguendone i tempi e le traiettorie. Un disco che conferma le qualità tecniche e creative dei ragazzi di Cavriago (Reggio Emilia), il loro contributo alla buona musica della penisola e le sorprese che riescono a regalarci.

Ora silenzio in sala, inizia il film.

L’arte nell’arte, come un corpo in un altro corpo. Bellissimo.

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