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Meno follia ma Gibby si diverte ancora

Forse non notissimo al grande pubblico, Gibby Haynes ha rappresentato per anni la faccia più oltraggiosa e divertita (e divertente) del rock californiano. Una carriera decennale nei Butthole Surfers (il cui nome è tutto un programma) in compagnia del chitarrista Paul Leary, con il quale diede vita al gruppo mettendo insieme l’amore per il punk alla Dead Kennedys e il rock geniale e sopra le righe di Frank Zappa. La biografia di Gibby Haynes è ricca di spunti: una cura disintossicante nel 1994 dividendo una stanza con Kurt Cobain; un side project denominato “P” in cui il compagno di avventura era Johnny Depp. Gli ultimi anni per i Butthole Surfers non sono stati molto felici, con due cambi di etichetta discografica e altrettanti flop commerciali. Così, nell’attesa di preparare il nuovo lavoro, il cantante dà vita a un progetto solista che dal nome e dalla copertina lascia intendere che la lucida follia di un tempo non è andata persa. Musicalmente abbondano i riferimenti alla psichedelia anni ’60 (“1500″, “I Need Some Help”), con sprazzi di garage (“Nights”), country, rock jingle-jangle e indie. Una commistione di generi che riesce comunque a concretizzarsi in un sound omogeneo. Forse non saranno felici i fan storici dei Butthole Surfers, che qui dentro non ritroveranno gli sperimentalismi folli e disturbanti di quella band e soprattutto sentiranno la mancanza della chitarra di Leary. L’unico limite è nel trovarsi nel mezzo del guado: folle sì, ma non abbastanza; serio sì, ma non del tutto.

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