Home > Recensioni > Giffoni 2015 — All the Wilderness

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L’esordio del regista statunitense Michael Johnson trionfa nella sezione Generator +16 del Giffoni Film Festival 2015, e conferma che i gusti cinematografici dei giovani giurati sono già ben formati e attenti alle suggestioni indie più visionarie.

Un film non narrativo, che procede per rime e consonanze interne, per associazioni tra le immagini e i riferimenti poetici e letterari che il protagonista James affastella uno dietro l’altro nella sua mente traumatizzata da un evento luttuoso che ne ha sconvolto l’inconscio e la quotidianità. James è interpretato da Kody Smit-McPhee, giovane attore australiano in rampa di lancio dopo la sua partecipazione al secondo capitolo della nuova saga de “Il pianeta delle scimmie” e protagonista anche dell’atteso “Slow West” di John Maclean, al fianco di Michael Fassbender. In piccoli ma significativi camei, anche Virginia Madsen e Danny De Vito: possiamo sperare in una distribuzione italiana, magari solo nelle grandi città.

James è un adolescente inquieto che si è perso nelle lande selvagge della sua mente: lotta per far fronte all’assenza del padre, e vive in un mondo di sua creazione, definito dall’insana attrazione che il giovane prova nei confronti della morte e che lo porta a credere di poterla prevedere. Appare strano agli altri ragazzi, e sua madre, Abigail, si preoccupa per i rapporti sociali del figlio. Le visite dallo psichiatra non sono d’aiuto, anche se James ha preso in simpatia un’altra paziente. L’apprensione della madre arriva al culmine quando James presagisce che il suo criceto morirà e l’indomani la previsione si avvera. James va via di casa e si avventura prima nei boschi, e poi in città, dove incontra un ragazzo misterioso. James aprirà gli occhi quando sarà costretto ad affrontare la verità.

Il film si sviluppa come una poesia per immagini, prendendo a modello registi molto diversi tra loro come Gus Van Sant e Terrence Malick, ed abita nella mente del suo protagonista, inanellando visioni al limite tra sogno e realtà che usano la bellissima colonna sonora del leader dei Sigur Ros Jonsi Birgisson come coinvolgente trait d’union. Non tutti i segmenti sono dello stesso livello, e il finale chiude forse in maniera troppo semplicistica il rovello interiore che ammiriamo per gli snelli 85 minuti di durata.

Non abbiamo nessuna difficoltà ad immaginare il perché del premio assegnato dai 16-18enni che componevano la giuria: l’esistenzialismo “loser”, le citazioni declamate in voce off, gli skater, la marijuana, ogni componente fa sì che il giovane spettatore di spessore intellettuale in via di formazione (ma sulla retta via) s’identifichi con il percorso di James senza freni inibitori. Molto studiato, modaiolo al punto giusto ma, trattandosi di un esordio, un film che sentiamo assolutamente di consigliare. E non solo ai coetanei di James.

Pro

Contro

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