Home > Recensioni > Giffoni 2016 – Center of My World

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Per questo quarto film in concorso nella sezione Generator +18 del Giffoni Film festival, Jacob M. Erwa, giovane regista austriaco già al suo terzo lungometraggio, adatta per il cinema il bestseller “Center of My World” di Andrea Steinhofel.

Si parla di amore omosessuale, ma non come tema portante, piuttosto come cornice per una storia che parla di sentimenti, di famiglia e di amicizia, e di come questi elementi siano fondamentali per la formazione di un adolescente che si affaccia all’età adulta, età in cui più che mai è difficile trovare un centro alla propria esistenza: il centro del nostro mondo sono le persone che amiamo.

Phil è giovane, omosessuale, e vive questa condizione con serenità. Ritorna a casa dopo un’estate passata in campeggio e scopre che qualcosa non va: sua sorella gemella e sua madre (donna eccentrica, indipendente e cacciatrice di uomini) non si parlano. Phil passa le sue giornate in compagnia dell’amica del cuore Kat, giocando a travestirsi, mangiando gelati, e confidandosi l’un l’altro. Le cose cambieranno quando, all’inizio dell’anno scolastico, arriva in classe Nicholas: bello, misterioso, che sembra ricambiare le attenzioni di Phil. Sboccerà l’amore, e da questo la gelosia ed il tradimento e, nel frattempo, il nostro Phil capirà che dovrà anche fare i conti col suo passato, per poter affrontare il presente.

È bello mostrare al cinema un mondo in cui la condizione dell’omosessualità è accettata e vissuta con naturalezza e serenità (qui in Italia non sarebbe possibile, e quando ci si prova, si ricade quasi sempre nel macchiettistico), ed è coraggioso mostrare in maniera graficamente esplicita (ma molto patinata) nudi integrali e sesso tra uomini. Sono questi gli unici pregi di una pellicola che, a dispetto del suo titolo, non riesce a trovare il suo centro.

La storia d’amore è un classico triangolo “lui, lui, l’altra”, in cui amicizia, amore, ed attrazione sessuale arriveranno ad un’inevitabile collisione (ve lo ricordate The Dreamers?). Il tutto contornato da una galleria di personaggi  “deliziosamente eccentrici” che possono risultare interessanti e naif, ma anche estremamente irritanti per chi è abituato a questo genere di operazioni.  Perchè di operazione si tratta, anche piuttosto furbetta, che ha un suo preciso senso cinematografico ed anche un suo target. Lo si intuisce dalla fotografia, che ricorda molto i filtri utilizzati su Istangram (una giovane giurata ha detto che avrebbe voluto “pubblicare” ogni inquadratura), dalla colonna sonora elettronica e minimale, smaccatamente indie ma orecchiabile, dal voice over insistito che snocciola frasi da romanzetto di formazione 2.0.

Un prodotto, dunque, estremamente in linea con l’estetica dei nostri tempi, che può interessare un pubblico adolescenziale (e, chissà, magari anche arricchirlo), ma che per uno spettatore più navigato e smaliziato, potrebbe risultare null’altro che una lunga sequela (115 minuti, troppi) di abusati clichè, sia narrativi che visivi. Alla fine, dell’educazione sentimentale del nostro giovane e bel Phil, non è che ce ne importi poi più di tanto…

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Contro

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