Home > Recensioni > Giffoni 2016 – From Nowhere

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Per il secondo film in concorso nella sezione Generator +18 di questa edizione del Giffoni Film Festival, il tema di quest’anno “Destinazioni” viene riletto alla luce di una tematica mai come oggi di scottante attualità: quello degli immigrati senza documenti.

Il titolo dell’opera del regista australiano Matthew Newton, “From Nowhere“, riassume perfettamente la condizione sociale ed esistenziale di queste persone. Fuggiti troppo giovani dal loro paese di origine, rifiutati dal paese che loro oramai considerano e riconoscono come casa, vivono in un limbo dal quale è difficile, quasi impossibile uscire.

Tre adolescenti senza documenti – una domenicana, un africano e una peruviana – stanno per diplomarsi in una scuola del Bronx. Come tutti i ragazzi della loro età, non desiderano altro che vivere una vita normale, tentando di vivere come tutti il sogno americano. Ma, a differenza dei loro compagni, i tre vivono nel costante terrore di essere scoperti dalle autorità, e rischiano di essere rimandati in un paese con cui non hanno ormai nessun legame d’appartenenza. Una loro insegnante li metterà in contatto con un avvocato per aiutarli ad ottenere i documenti. Sarà l’occasione per scavare a fondo nelle vite e nelle storie di questi ragazzi, mentre continuano a fare i conti con i problemi derivanti da questa loro precaria situazione.

Un film duro e necessario, quello di Matthew Newton, che non fa sconti, che non lascia spazio a buonismi di sorta (nella vita, purtroppo, non sempre si arriva ad un lieto fine). La storia di Moussa, Sophie e Alyssa, è quella di migliaia e migliaia di giovani come loro, sparsi ad ogni latitudine del globo. La regia di Newton segue i personaggi con piglio documentaristico, inquadrandoli spesso in campo molto stretto, soffermandosi sui volti, sulle espressioni: il loro sorriso è sempre amaro, quello di chi ha un grosso fardello da portare (in contrapposizione a quello dei loro coetanei americani “di diritto”), e ci comunica un grosso senso di empatia.

È questo infatti lo scopo del regista, quello di presentarci i personaggi non come immigrati, ma come semplici ragazzi, in cui lo spettatore può riconoscere il proprio figlio, o fratello, o il vicino della porta accanto. Sono perfettamente integrati, intelligenti e meritevoli, ma vivono in una situazione kafkiana in cui la mancanza di una semplice “carta” può definitivamente distruggere le loro promettenti vite, e devono giustificare la loro presenza ad un sistema ottuso ricercando la tra tragedia nel loro passato (“Genocidi, torture, arresti, sono beneaccetti” sono le prime parole che dice loro l’avvocato che deve aiutarli per i documenti), perché la semplice normalità dell’ esistere, per loro, non è sufficiente.

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Contro

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