Home > Senza categoria > Giffoni 2016 – Incontro con Alessandro Borghi

Giffoni 2016 – Incontro con Alessandro Borghi

Non inizia sotto i migliori auspici questa edizione  2016 del Giffoni Film Festival: una forte pioggia sembra aver leggermente intaccato la consueta moltitudine di gente festante che si raduna attorno al Blue Carpet per accogliere le star ospitate da questa ormai prestigiosissima kermesse. In più, si registrano ritardi e slittamenti in scaletta che costringono Alessandro Borghi a dedicare alla stampa un po’ meno tempo del previsto, in vista del suo incontro con i ragazzi della giuria del festival (d’altronde, la vera ragione della presenza degli artisti è proprio questa). Tuttavia, Borghi si dimostra estremamente gioviale e disponibile a rispondere alle nostre domande.

Nei due film della scorsa stagione che ti hanno portato alla ribalta, “Non essere cattivo” e “Suburra”, ti sei sempre ritrovato ad interpretare il ruolo del cattivo. Visto che quello di Giffoni è fondamentalmente un festival di e per ragazzi, come pensi che questi possano recepire tali personaggi?

È la prima volta che vengo qui a Giffoni, e mi ha subito colpito l’energia di questi ragazzi, che mi hanno accolto molto calorosamente. Proprio per questo sono ansioso di confrontarmi con loro, di testare la loro intelligenza e capire in che modo abbiano percepito dei personaggi del genere. Anche se il personaggio che interpreto in “Non essere cattivo” non è poi cosi cattivo.

Parlando di ragazzini, ci piacerebbe sapere che tipo di ragazzino eri tu.

Ero un ragazzo assolutamente normale, abbastanza studioso ma che, come tutti, ogni tanto si cacciava in qualche casino (risata ndr)

Ti sei mai trovato a lavorare con attori molto più giovani di te?

Si, in una fiction per la RAI ho lavorato con un giovanissimo attore di otto anni, che interpretava il mio fratellino. Sono rimasto estremamente colpito dalla sua naturalezza e dalla sua spontaneità.

Visto che il tema di questa edizione del Giffoni Film Festival è “destinazioni”, qual è stato il momento in cui hai capito che la tua destinazione era quella di fare l’attore?

Questa è una storia che ormai conoscono in molti, è stato per un gran colpo di fortuna. Quando avevo diciott’anni, ho incontrato casualmente quello che poi sarebbe diventato il mio agente, che mi ha fermato e mi ha subito proposto per quello che sarebbe stato il mio primo ruolo, nella serie “Distretto di polizia”.

Dopo tutti questi ruoli in chiave negativa e drammatica, ti piacerebbe ora girare una commedia? Se si, c’è un regista in particolare con cui ti piacerebbe lavorare?

Io, fondamentalmente, sono un buono di natura, quindi ovviamente come sfida attoriale, per me, è molto più divertente interpretare un ruolo totalmente contrapposto a quella che è la mia personalità. Mi piacerebbe confrontarmi con la commedia, comunque, ma al momento non mi viene un nome in particolare da fare.

Quanto è importante per un attore, secondo te, la dizione?

Secondo me per un attore è fondamentale avere questo tipo di formazione, ma  poi mi piace anche molto sporcare la parlata e confrontarmi con i dialetti. E per farlo mi piace apprenderli sul posto, ascoltando e assimilando di persona le cadenze ed i termini, come se fosse una vera e propria lingua.

Questa per te è stata un’ annata grandiosa, colma di premi e film molto importanti, non credi di essere stato un po’ viziato?

E’ stata un anno bellissimo, ho preso parte ai due film più importanti della mia vita, e soprattutto, dei film che finalmente riaprono al cinema di genere. Con questi, e con film come “Lo chiamavano Jeeg Robot”, sembra che il cinema italiano stia finalmente  intraprendendo un nuovo corso.

Ultimamente ti si è visto spesso in compagnia di Gabriele Mainetti, si può prevedere una tua partecipazione al sequel di Jeeg Robot?

Non lo so, ancora non c’è nulla di definito, ma non nascondo che mi piacerebbe molto.

E in “Smetto Quando Voglio 2″?

No, per un certo periodo si era paventata questa possibilità, ma non parteciperò

Qual è il tuo film preferito?

Se devo pensare al primo film che mi ha mostrato la grandezza del cinema, quando ero bambino, mi viene da pensare ai Goonies. Adesso cerco di essere aperto e vedere un po’ di tutto, anche film che so per certo che non mi piaceranno.

Hai anche una cultura del cosiddetto cinema criminale? Il cinema di genere italiano degli anni ’70?

Ho visto molti poliziotteschi, e ho capito che tutti hanno dei meccanismi ben definiti, che se sfruttati bene possono veicolare un grande messaggio.

Come si interpreta un criminale?

Un attore deve sempre trovare una propria chiave di lettura nell’affrontare questi ruoli, che allo stesso tempo li renda credibili e ti faccia divertire nell’interpretarli. Io spesso mi rifaccio al mio vissuto, alla mia realtà, a personaggi che nella mia gioventù ho visto agire, a cose che ho visto, e cerco di riportarli nella mia interpretazione per renderla realistica. Ad esempio, per n.8 (Suburra ndr), mi sono sempre chiesto se, incontrando un personaggio del genere camminando per il litorale di Ostia, lo avessi trovato credibile.

Com’è stato lavorare per Claudio Caligari e che rapporto si è stretto con lui?

Posso dire che Claudio mi ha cambiato la vita e mi ha insegnato davvero cos’è questo mestiere. Aveva una cultura cinematografica immensa, la prima volta che ho parlato con lui mi sono reso conto che fino ad allora, ero un ignorante in fatto di cinema. Mi ha insegnato che è possibile fare questo mestiere in maniera estremamente intima.

Scroll To Top