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Giffoni 2016 – Incontro con il cast di Gomorra

Il Festival di Giffoni ha sempre ospitato, nelle ultime edizioni, rappresentanti del cast di “Gomorra“, una serie che ha quindi sempre trovato qui un luogo dove esporre, spiegare, chiarire i propri contenuti spesso contraddittori. Tutto questo in una manifestazione dedicata prevalentemente ai ragazzi in età scolare, ed è una sottolineatura non secondaria.

Il miglior prodotto televisivo della storia del nostro Paese ha chiuso da qualche settimana la sua seconda stagione, e tutti i protagonisti, questa volta, sono arrivati insieme, a sottolineare probabilmente il grande lavoro di squadra di ogni maetsranza coinvolta nella produzione.

Qui di seguito il resoconto dell’affollatissima conferenza stampa con Marco D’Amore (M.D.), Fabio De Caro (F.D.), Cristina Donadio (C.D.), Cristiana Dell’Anna (C.d.A.) e Marco Palvetti (M.P.), che interpretano, nell’ordine, Ciro Di Marzio, Malammore, Scianel, Patrizia e il boss Conte. Una precisazione: l’articolo è pieno di SPOILER, perché gli attori commentano e analizzano i destini delle loro controparti sullo schermo. Se non avete ancora visto la seconda stagione, interrompete qui la lettura.

Per D’Amore: hai cambiato molte volte look e corporatura nella tua carriera, è difficile per un attore ritrovare la forma fisica richiesta per un determinato ruolo?

M.D. Un attore molto più bravo di me, ma purtroppo poco ricordato, come Gian Maria Volontè diceva che un attore ha il fisico del ruolo. Questo anche testimoniare che il nostro corpo non ci appartiene totalmente, ma è a disposizione dei personaggi che interpretiamo. Quindi ben vengano ruoli che richiedono grandi cambiamenti fisici, ingrassamenti, dimagrimenti, perfino crescita di capelli, so che pare strano detto da me, ma accade…

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La televisione vi ha dato una grandissima popolarità. Diceva Paul Haggis a Ischia qualche giorno fa che la televisione da nell’immediato la fama, ma il difficile poi è mantenerla. Cosa ne pensate?

M.P. Secondo me l’unico modo per coltivare la propria popolarità è essere onesti, rispettare il proprio lavoro, e farlo con qualità. Solo in questo modo si può sostenere la popolarità e prendersene la responsabilità allo stesso tempo, non bisogna ragionare in termini quantitativi in questo mestiere.

Il vostro talento non è un po’ “oppresso” dalla forte caratterizzazione che vi danno queste grandi produzioni?

M.D. Auguro a qualsiasi collega di essere oppresso come lo siamo noi.

M.P. Però hai detto una cosa interessante. Quell’oppressione la puoi ritrovare in molti modi, noi dobbiamo avere la forza di sostenere, come dire, la maledizione, il “peccato” dei nostri personaggi, è un peso che ci portiamo addosso durante le riprese, e che non ci abbandona, o almeno per quanto mi riguarda non mi abbandona, per molto tempo dopo la fine del lavoro.

Vi riporto un episodio che mi è accaduto qualche tempo fa. Ascoltavo casualmente una discussione tra fan della serie, e si paragonava la camorra all’Isis. Uno interviene e dice che il paragone è improprio, perché la camorra ha una sua logica. Cosa pensate di questa percezione del fenomeno camorristico presso la spettatore comune?

M.D. Io penso che si dicono tante stronzate … Sono cose diverse, dietro si muovono economie completamente diverse, la costituzione del fenomeno camorristico in Italia ha radici molto profonde, nasce dal fenomeno del brigantaggio. Per quanto riguarda il terrorismo islamico, nasce in un’altra parte del mondo, ha dinamiche completamente diverse, mi sembra una cosa molto generalista e impropria paragonare i due fenomeni.

Una domanda per le due donne protagoniste della seconda stagione. Volevo sapere il vostro impatto con la troupe, con la serie, con i compagni di lavoro, l’importanza dell’esperienza teatrale dalla quale, ad esempio, arriva la Donadio, insomma ci riassumete le sensazioni che vi ha dato quest’esperienza?

C.D. Io sottolineo sempre il mio debito formativo, diciamo così, verso l’esperienza teatrale, perché è stata davvero importante, le devo tutto. Quest’anno festeggio quarant’anni di attività teatrale, e ti danno un imprinting che poi inevitabilmente ti porti in tutto quello che fai. Scianel è un’eroina del male puro, le sue radici risiedono nella tragedia greca e shakespeariana. A proposito dell’impatto con un mondo preesistente, come chiedevi nella tua domanda, la responsabilità di sostituire un personaggio come donna Imma non ce la siamo mai sentita addosso, i nostri personaggi non sono stati scritti semplicemente per sostituire, Patrizia e Scianel entrano autonomamente, sono due caratteri molto forti e diversi tra di loro, e vivono di vita propria.

C.d.A. Il mio impatto con la troupe è stato buono, ma ero emozionatissima, quasi terrorizzata, e iniziare le prime scene con Fabio De Caro, che aveva recitato con me in “Un posto al sole”, è stato importante per sciogliermi, per sentirmi subito a mio agio.

La linea vincente di Gomorra, secondo voi, è stata quella di rappresentare la criminalità senza i colori e i sapori del romanticismo, in maniera scarnificata, cruda? E tutto questo non vi ha un po’ trasformati, vista l’importanza del vostro approccio ai personaggi, anche un po’ in coautori?

M.D. È assolutamente così. Noi siamo stati istruiti rispetto a questo approccio, la decisione di rappresentare soltanto il male aveva direttamente a che fare con la drammaturgia, è un punto di vista narrativo, noi osserviamo quei luoghi attraverso lo sguardo di questi personaggi, la società civile o le forze dell’ordine sono assolutamente precluse da questo sguardo, e in quel senso noi siamo abbastanza coinvolti nel processo creativo. Sul set c’è una grande collaborazione, ma i registi ci sottopongono quotidianamente le scene che man mano andiamo a girare. In questo senso la serialità televisiva è diversa dal cinema, perché noi siamo così “dentro” i nostri personaggi, ad un certo punto, che riusciamo ad indirizzare praticamente meglio dei realizzatori i percorsi emotivi dei personaggi stessi.

M.P. Credo che poi sia la normalità di questo lavoro tutto sommato, instaurare un fertile andirivieni di contributi e idee tra attore e autore. Vale per tutto, per il teatro, per il cinema, e naturalmente anche per una serie Tv, per la quale s’instaurano rapporti più lunghi e duraturi.

C.d.A. Io ho sfruttato Patrizia, ad esempio, per raccontare anche cose che facevano parte del mio vissuto e che volevo far vivere al mio personaggio, e quindi ho voluto proporle, e molte sono state accettate, come possibili arricchimenti narrativi per Patrizia. Un’occasione imperdibile, davvero.

F.D. Io volevo tornare un attimo sull’ingresso di Cristiana nella serie. Lei, prima di essere presa, ha fatto tanti provini, quasi tutti incentrati sulle scene con il mio personaggio, Malammore. Io però naturalmente non ero presente, quindi c’era l’attore di turno che dava le mie battute. Quando poi ci siamo trovati sul set a girare la prima scena, lei, prima di iniziare, mi ha detto: “Che emozione, finalmente il VERO Malammore”, e lì l’emozione l’ho provata io. Questo per farvi un esempio degli scambi fecondi che si sono instaurati tra di noi, sia emotivi che personali.

C.D. Noi abbiamo fatto una serie con quattro registi diversi (Sollima, Giovannesi, Cupellini, Comencini, ndr), che hanno naturalmente quattro sguardi diversi. Abbiamo fatto riunioni su riunioni per unificare questi sguardi, e questo ci ha subito abituato ad ascoltare, oltre che a proporre, ed è davvero una delle cose più belle e interessanti che mi è successa nella mia carriera di attrice.

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Iniziamo dagli scontati complimenti per una serie che ha davvero creato un proprio stile riconoscibile. Un esempio su tutti: il tema musicale che accompagna l’ultima scena è davvero una marca autoriale fortissima, propria di Gomorra. Faccio una domanda dicendo fuori dai denti il mio pensiero: la reazione sconsiderata di una parte del pubblico ad alcune scene “forti”, magari quello abituato alle fiction delle reti generaliste ambientate in un mondo borghese di buoni sentimenti che nella realtà non esiste, cosa ha provocato in voi? Sconcerto, rabbia, sgomento? Polemiche per venti secondi d’inquadratura su un vibratore, l’incredibile situazione capitata a De Caro, il sacrificio di Conte forse dovuto al fatto di non voler portare avanti una tematica sessuale così inusuale per quel tipo di pubblico di cui parlavamo prima…

M.P. Chiamare l’amore “tematica sessuale” mi sembra molto riduttivo, ma ne prendo atto. Non mi sembra che dietro al destino del mio personaggio ci sia tutta questa riflessione, tutto questo calcolo … Io non conosco le dinamiche, delle persone scrivono, delle altre dirigono, delle altre interpretano, io sono semplicemente uno di questi ultimi. Sulle questione delle polemiche, è giusto che voi la chiediate a noi, ma è giusto anche che voi giornalisti vi prendiate le vostre responsabilità nella semplificazione estrema e brutale del messaggio che veicolate. Ci sono determinati mezzi comunicativi per i quali è molto più semplice prendere il vibratore, e pensare “Ecco qui, con questa cosa facciamo clic, numeri”. Quindi, ripeto ancora una volta, prendiamo tutti quanti le nostre responsabilità.

C.D. A me ha colpito davvero molto la falsa coscienza di chi ha voluto sottolineare e scandalizzarsi per la scena del vibratore, facendo invece scivolare un velo su scene molto più violente, quando ad esempio fa uccidere un uomo mentre gioca con il cellulare, oppure fa sparare nelle parti intime al suo autista perché ha osato toccare la ragazza di suo figlio Lelluccio. Ma davvero nel 2016 una donna ancora non può avere in casa un vibratore per fare quello che cavolo gli pare?

Il personaggio di Ciro è il cardine vero della tragedia, quello che mette più in luce le ascendenze classiche del racconto. La seconda stagione inizia con la morte di una moglie e si chiude con la morte di una figlia. Il tuo lavoro sul personaggio è stato fatto anche in funzione di quello che accadrà all’Immortale nella terza stagione, o sei anche tu in attesa e in bilico come tutti noi?

M.D. In questo senso Gomorra è davvero un campo minato. Come ha detto Fortunato Cerlino, viste le azioni che compiono è sacrosanto che questa serie perda per strada i suoi protagonisti, abbiamo perso lui, abbiamo perso Marco, abbiamo perso Maria Pia, abbiamo perso tanti attori meravigliosi, perché appunto noi raccontiamo di un’umanità che non ha via d’uscita. Ci sono scelte narrative che riguardano i percorsi dei protagonisti, ma questo ha esclusivamente a che fare con chi scrive e dirige. Ad oggi nessuno di noi attori sa nulla di quello che accadrà nella terza stagione. Per tornare a parlare delle ascendenze classiche, io ho sempre detto che Ciro per me è una sorta di epigono di Iago, un tessitore di trame fittissime nell’ombra, e in questa serie queste trame avviluppano talmente tanta gente che finiscono per travolgere pesantemente anche lui stesso. È evidente che questa serie ha la struttura di un racconto epico, la periferia di Napoli è un contenitore perfetto per questo, come poteva esserlo la Grecia antica o l’Inghilterra elisabettiana, è evidentissimo che qui c’è il racconto di un’umanità che va oltre Napoli. Qualsiasi cittadino onesto dovrebbe e potrebbe usare la serie per conoscere meglio il proprio presente, e se non lo fa, fatti suoi, francamente.

Foto di Giovanni Marotta per LoudVision (qui la gallery completa)

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